Dicembre 2nd, 2011

Questo uomo no, #24

A volte il sessismo di certi avvenimenti pubblici è talmente evidente che non è tanto utile commentarli, quanto fermarsi a vedere cosa succede “intorno” a quegli eventi. Risposte, reazioni, effetti, possono aiutare a capire nuovi sessismi finora nascosti e vecchia merda che torna a galla insospettabilmente. Allora è il caso di poggiare la mazza e mettersi a lavorare di cesello, per far notare qualcosa che non perché piccolo, marginale o collegato non è certo meno interessante dell’avvenimento principale.

Qualche settimana fa è apparsa su Nuovo Consumo, la rivista di Unicoop Tirreno, “la rivista dei consumatori”, questa immagine. Che sia un esempio di stereotipo sessista, va da sé e non c’è neanche bisogno di parlarne troppo; l’immaginario pornografico medio non ha difficoltà a rapportare quell’immagine a uno dei tanti generi commerciali del porno. Quello che è interessante è che, a una mail bombing organizzata da donne e uomini giustamente stufi di rappresentazioni del genere, il direttore della rivista ha risposto che lui e la redazione “pur restando convinti che questa immagine, nel contesto dell’articolo a cui si riferisce, non contenga quegli stereotipati contenuti offensivi nei confronti della donna che qualcuno ha ritenuto di vedervi, la redazione di Nuovo Consumo e io personalmente, riconosciamo di avere sottovalutato l’impatto che poteva avere questo scatto su alcune delle sensibilità che si muovono intorno a questi temi” (leggo su Facebook da chi ha ricevuto questa risposta). Segue filippica sbrodolona sulle belle cose fatte da Unicoop Tirreno per le questioni di genere. Ora, caro direttore, io capisco che lei debba difendere il suo lavoro e la sua testata, ma la realtà è un’altra: quell’immagine fa schifo soprattutto perché è uno stereotipo offensivo, senza se e senza ma, non possono esserci circostanze attenuanti. Lo è, non c’è niente da interpretare o da capire. Sarebbe stato molto più semplice dire “eh sì, abbiamo fatto proprio una stronzata, scusate” e sarebbe finita lì. Mica ti hanno mandato i caschi blu, direttore, era solo una mail bombing. Bastava rispondere con le parole giuste. Invece no, il vostro risibile errore è stato solo avere sottovalutato l’impatto. O sessismo o presunzione? Ma vaffanculo và. Questo uomo no.

E’ di pochi giorni fa la notizia - si fa fatica a chiamarla tale, ma il linguaggio è quello che è - che Alfonso Luigi Marra, Sara Tommasi e Domenico Scilipoti hanno presentato una iniziativa politica, diciamo così. La vicenda si commenta da sola e non è qui che vorrei soffermarmi; vi chiedo un piccolo sforzo. Cercate su un motore di ricerca le varie presenze di questa notizia sui tanti siti che l’hanno ospitata e date un’occhiata ai commenti dei vari lettori. Quanti ce ne sono dedicati a Marra? Quanti a Scilipoti? Quanti alla Tommasi? Il problema mi sembra chiaro. Il commentatore più frequente, dopo aver letto la notizia, sintetizza la sua opinione dando della troia a Sara Tommasi. Punto, fine lì.
Non che mi aspettassi taglienti analisi sul problema della lotta alle banche, né una sferzante satira su un uomo che ha trasformato con la sua abominevole condotta politica il suo cognome in un aggettivo; ma qualcosa che vada più in là del solo insulto sessista alla Tommasi speravo ci fosse. E in effetti ogni tanto c’è: sulla scorta della tipica “pari opportunità” all’italiana, si dà della troia anche a Scilipoti. Complimenti, commentatore. Questo uomo no.

Da un paio di giorni sta facendo furore nel web un articolo di Camillo Langone, un simpatico esempio di quello che un essere umano non dovrebbe mai arrivare a pensare né tantomeno a dire. Sul sessismo di Camillo rimando all’amica Arguzia - se uno dice le cose meglio di me io lo cito. Quello che mi interessa dire è: vale la pena parlarne? Dato che è solo una provocazione mediatica tanto per farsi cliccare e per vendere il prossimo libello di merda - o magari qualche copia rimasta degli altri - non sarebbe meglio passare tutto sotto silenzio e punire il Camillo con l’indifferenza che, indubbiamente, merita? Ecco, secondo me no.
Promuovere mail bombing, rilanciare link e contenuti commentandoli con disprezzo o sdegno, scrivere insulti all’interessato, sono azioni perlopiù innocue, ne convengo. Credo però che abbiano delle conseguenze positive: alzano il livello di attenzione verso altra merda simile, aiutano la memoria a ricordarsi di certe facce e certi nomi (casomai volessero ripresentarsi in altre occasioni), aumentano i legami tra persone con lo stesso modo di pensare e magari fanno scoprire insospettabili sessismi. Ecco, io credo che non sia mai tempo sprecato dire questo uomo no.

Ottobre 21st, 2011

Questo uomo no, 23#

Vi dirò, non mi andava molto di scrivere un altro post a pochi giorni dal precedente, mi dà l’idea di speculare troppo su alcuni argomenti e di realizzare una sorta di instant-post che detesto di per sé. Però un po’ “me s’è chiusa la vena”, come si dice dalle mie parti, e un po’ credo che l’argomento meriti.

Diciamolo da subito forte e chiaro: la masturbazione non è né un reato né un peccato né una fonte di malattie - al massimo imbarazzanti infortuni, ma anche in quel caso il maggior problema è la vergogna e non la salute. Quindi lo dico apertamente: non ho niente in contrario alle pippe. Sono, nel mio caso, bellissimi ricordi di un tempo che fu e me li tengo stretti.

Il problema è, come al solito, la strumentalizzazione di ciò che appartiene al rapporto con il nostro corpo e l’uso ipocrita e sessista del corpo altrui. Sì, perché quando vedo un sito come questo http://hotchicksofoccupywallstreet.tumblr.com/ non posso non dire ai suoi creatori, Steven Greenstreet e Brandon Bloch, questo uomo no.

Io capisco che sei un filmaker come milioni di altri e non vedi l’ora di avere il tuo quarto d’ora di celebrità. Capisco pure che stai lì come un avvoltoio sull’avvenimento mediatico più importante del momento, una protesta clamorosa e non nascondibile contro un tempio dell’occidente, Wall Street, e tutto quello che quel tempio rappresenta e che lì viene venerato. La tua speranza, è ovvio, è che succeda qualcosa di eclatante e che tu sia lì a riprenderla. Stanco di aspettare - immagino io - la crei tu. E crei “Belle fregne di ‘Occupiamo Wall Street’” (dico ‘fregna’ perché la parola mediatico-perbenista-berluscoide ‘gnocca’ la aborro; preferisco parole con più storia e più senso, anche nel caso delle offese sessiste da tradurre). Eh no, questo uomo no.

Cari Steven e Brandon, voi non potete creare l’ennesimo sito per guardoni pipparoli internettari e sperare di ammantarlo con l’etica della partecipazione politica, con la metafora (sessista) della bella guerrigliera che chiama le orde alla battaglia. No belli miei, a me non mi fregate. E non cambia nulla che pubblichiate parole di consenso degli stessi manifestanti, delle stesse donne riprese da voi: il sessismo - lo dico da tempo - è trasversale all’appartenenza politica, al sesso e all’intelligenza. Una persona allevata e cresciuta in mezzo a un linguaggio sessista, a immagini sessiste, in un mondo sessista, avrà abitudini sessiste, di qualunque tipo siano i suoi genitali. E usare i corpi altrui per invitare a fare una qualsiasi cosa è una forma di sessismo, sempre. Questo uomo no.

Avete scelto il modo più schifoso per pubblicizzare il vostro lavoro e sfruttare “Occupy Wall Street”, nonché uno dei più antichi e odiosi veicoli pubblicitari, purtroppo: il sesso. No, non seguirò i vostri inviti. Non farò alcuna “constructive discussions”, perché con i sessisti non ci discuto: dicuterci significa già legittimarli. No, non sento nessuna “vibrant energy” nelle vostre immagini, a meno che non intendiate le erezioni suscitate nel vostro pubblico entusiasta del quale non farò parte. No, io non dico “Wow, seeing all those super smart hot chicks at the protest makes me want to be there”, perché per me non esistono “super smart hot chicks”. Io non uso quelle parole, non uso quelle immagini, non uso quel linguaggio, perché io non sono sessista. Voi sì. Questo uomo no.

Ottobre 17th, 2011

Questo uomo no, #22.

Ormai è un bel po’ che vado scrivendo in giro, con le mie varie personalità virtuali (“la specializzazione va bene per gli insetti”, insegnava un vecchio capolavoro di fantascienza), anche di temi antisessisti in generale, e che quindi mi becco insulti di vario tipo e sapore, da quelli semplicemente e gratuitamente cattivi ai più pittoreschi e improbabili. Tra tutti ne ricordo due, che non possono non farmi ridere nella loro stupida pretesa di offendere: 1) lesbica [sì, ve lo giuro, me lo hanno detto]; 2) stai con le femministe perché ti piace la fica [infatti quando un uomo etero vuole sesso facile, dove va? In un circolo femminista, come tutti sanno]. Bellissimi, veramente straordinari.

Il fenomeno che però osservo con più interesse da molto è il ripetersi di alcuni tipi di risposte nei vari blog, non solo i miei, ma quelli dove si parla di questioni “di genere” in senso lato. Validi maschioni machisti e maschilisti in vario grado intervengono ora pomposi ora laconici a ricordare la loro pochezza di argomenti; ma la cosa divertente è che ripetono più o meno le stesse scemenze, anche se il luogo non è lo stesso e l’argomento non è lo stesso. Blog, forum, flame su FB, non conta il ‘supporto’: con un po’ di sforzo non sarà difficile riconoscere il ripetersi di questi argomenti.

Mi ero riproposto un ampio campionario e una definizione di alcuni precisi “tipi”: poi ho notato che è del tutto inutile, perché le argomentazioni sono sempre poche rispetto alla vivace verbosità dei soggetti, e che - fenomeno ancora più interessante - quegli argomenti si ripetono sempre tutti insieme, contamporaneamente, vicini tra loro. Allora vi propongo qui un rapido elenco che è stato facilissimo ottenere: sono risposte a un solo post di un solo blog prese in un solo giorno di discussione. C’è già tutto il necessario. In corsivo il mio commento. Ho solamente tolto nomi e riferimenti inutili. 


Secondo me le donne si interrogano troppo, la naturale conseguenza di questo interrogarsi è sempre qualcosa da cambiare (ovviamente negli altri) … troppe domande, pochissime risposte … speriamo qualcuno riesca a fermarsi in tempo :D

Solo tu non ti fai domande e sai tutte le risposte: tu, essere perfetto, maschio eterosessuale sputasentenze. Perfetto idiota. Questo uomo no.

Ma non vi accorgete che non esiste più la famiglia, non esistono più relazioni “VERE” di persone che davvero sono innamorate dell’altro, e non dell’apparenza che la relazione genera nella società?
Tante di persone si accontentano, finendo poi per tradirsi continuamente l’una con l’altro. Se è questo, preferisco stare con gli amici. Maschi. Almeno finché non troverò una donna che sia felice di esserlo perché sa che quello che la differenzia da un uomo, è una dote, non un difetto.

E dopo che l’ha saputo che interesse dovrebbe avere a condividerlo con uno che pensa sia possibile essere amico solo dei maschi? Quindi la donna va bene se s’innamora di te, le altre possono andare a cagare. Complimenti. Questo uomo no.

Perché finora ho incontrato molte donne che dimostrano con certi comportamenti di usare in modo cinico ed eccessivamente egoista la loro libertà. Donne così possono andar bene per ballare insieme ma non per farci una famiglia. In ogni caso io, proprio grazie alla parità, non esito a trattarle con durezza quando se lo meritano… Tipo costringerle a scendere dalla macchina a 70 km da casa, di notte e tornarsene a piedi… E’ divertentissimo. Non mi fanno certo diventare omosessuale… Le mando affanculo, come manderei affanculo un uomo.

Immagino sia un piacere reciproco. E che lasciare un essere umano a piedi a 70 km da casa non sia “usare in modo eccessivamente cinico ed eccessivamente egoista” la tua libertà di maschio che guida proprietario della macchina. Ma vaffanculo te, imbecille misogino vendicativo. Questo uomo no.

La cronaca di questi giorni ci parla anche di tante donne che fanno la fila per andare a letto con un vecchio schifoso in cambio di ricompense di vario genere, o anche solo per l’ebrezza di scopare col potere. Una famosa soubrette fa scalpore per il fatto di essersi sottratta a questa prostituzione, come se fosse un fatto eccezionale. La miseria psicologica si esercita in tanti modi, anche a seconda dei cromosomi, ma dobbiamo continuare a vederla nella sfera dell’individuo, non in quella del genere. Del resto, le generalizzazioni femminili valgono tanto quanto quelle maschili, cioè nulla. Simone de Beauvoir ha detto cose definitive sulla libertà di essere qualcosa di diverso dal destino che il sesso ci consegna, ammesso che ce ne sia davvero uno.

Vabbè, questo non sa neanche leggere. Il citatore a sproposito è una categoria vastissima, ma tra i sessisti non violenti va per la maggiore. Ovviamente, se provi a fargli notare la stupidità delle loro parole, sei tu ad essere prevenuto. Ciao eh, stai bene così. Questo uomo no.

Oggi da parte della donna c’è maggior disponibilità, forse perché si sente fonte di attrazione erotica incontrollabile, forse perché anche lei vuole provare certe emozioni o forse perché non è capace di opporsi o anche perché pensa che così dimostra di non essere bigotta, ma libera, aperta, forte. Non so.

Così si sentono i maschi medi eterosessuali, ciccio; svegliati. Questo uomo no.

Un vero e proprio articolo da bar!!! Un bar per donne chiaramente. Coraggio, ancora qualche migliaio di anni e ce la fate. Se noi rimaniamo fermi, chiaramente.

Stronzo semplice. Chiaro, netto, efficace sessismo allo stato puro. Astenersi perditempo. Questo uomo no.

Sospetto peraltro una voglia di superiorità morale nell’attribuire l’oggettivizzazione, che è degrado diffusissimo in questa società, solo allo “sguardo maschile” che è diverso da quello femminile, dunque dire che artefici e promotori di questo degrado sono sempre e solo gli uomini, persino quando sono uomini i bersagli. E’ un’esibizione di identità rigida che si difende per scissione, continuando a dire “noi il rispetto, voi la merce”. Credo più alle somiglianze in seno ad una cultura (peraltro decisamente non a misura di essere umano) che alle inconciliabili differenze quasi biologiche fra maschio e femmina. Siamo nello stesso brodo (e il brodo non ha un buon sapore)! Continuare a dire che “il male” è nell’altro è ottuso. Questo rivendicare orgoglioso il carattere specificamente maschile di certa comunicazione contestabile andrebbe almeno sottoposto a prova empirica. Invece mi sembra un tentativo di ostentare purezza, di chiamarsi fuori.

L’intellettuale di turno chiede “prove empiriche”, come se i dati sulle differenze di censo tra i sessi, il martellante linguaggio sessista dei media, la svalutazione sociale delle donne e le statistiche sul femminicidio non fossero numeri abbastanza “empirici”. Sarebbe il caso di fargli notare che ciò di cui parla non è brodo, è un po’ più marrone del brodo. Ma non credo che il suo cervello sia più in grado di registrare questa ovvia empiricità. Questo uomo no.

Il mio punto non è che non esista lo sguardo oggettivante, nè che non esista una cultura diffusa in un senso o in un altro. La questione è che tutto questo panorama è spesso presentato in maniera semplificata, per schieramenti. E qui casca l’asino. Perchè attribuire questo sguardo a tutta una produzione culturale (dunque creativa, dunque amante delle differenze) di secoli e poi assegnarlo ad un 48 % abbondante per cento degli esseri umani su questo povero pianeta non significa semplicemente riconoscerne l’esistenza, ma vederlo come attributo automatico (o quasi, che è uguale) di una parte, di un luogo, di un gruppo umano (L’Occidente, i Maschi, la Modernità) che, pur avendolo partorito, ha fatto tanto oltre a questo e tanto di diverso e anche di contraddittorio. Questa è una visione bidimensionale, piatta. Nessuno, tanto meno una comunità, ha un’identità sola. Quella prevalente non conta: il singolo non si giudica dal gruppo una volta che si è appurato che il secondo non è uniforme (a sua volta il giudizio dato al gruppo è in realtà l’estensione induttiva del comportamento dei suoi membri più visibili, nemmeno dei più rappresentativi ma dei più “impressionanti”).

Capito l’infallibile argomento? Il fatto che i maschi hanno da sempre il potere politico non vuol dire niente rispetto alla cultura, che da sempre è multiforme e variegata, soprattutto nei generi. Notoriamente, infatti, anche il mondo della produzione culturale è sessualmente variegato: i giornalisti, i produttori, i direttori di giornale e di rete TV, i cineasti, i critici d’arte, i direttori di museo, ma anche i singoli scrittori e artisti di ogni settore sono, da sempre, un terzo uomini, un terzo donne e un terzo trans, a loro volta divisi a metà tra etero e gay. Nessuno ha un’identità sola, è vero: tu sei certamente molto meno ipocrita nelle cose che ti fanno più comodo. Questo uomo no.

 Ma non parlare sfacciatamente dell’erotismo femminile non credo che sia una cosa da moralista, grazie al cielo questi argomenti, sia pure esaltati nel maschio e sviliti nella femmina, sarebbe giusto che avessero un peso limitato e subordinato a delle relazioni fra i sessi dove il mero atto fisico non sia l’unica cosa e il fine ultimo. Non credo che si debba scomodare il moralismo per affermare una cosa simile. Non voglio pensare che la denuncia fatta col corpo delle donne sia solo un’insurrezione contro il potere maschile (di per sé condivisibile) ma si spinga anche contro un determinato modo di concepire i rapporti umani, a prescindere dal sesso che opera questi atteggiamenti. Molte condividono di essere oggetto e altre passano da un uomo a un altro, non credo per dare qualche cosa dal punto di vista sentimentale.

Niente male l’ultima frase: e meno male che non volevi scomodare il moralismo. Per carità, che il “mero atto fisico” non sia mai “l’unica cosa e il fine ultimo”! Che se le donne scoprissero che scopare chi pare a loro è bello e salutare sai che disastro il mondo, sai che rovina economica e sociale!!! Questo uomo no.

 

 

 

Agosto 2nd, 2011

Questo uomo no, #21

Non mi stancherò mai di invitare tutti a riflettere sul linguaggio, e in modo particolare sul proprio linguaggio. E’ un vero dolore scoprirci a usare quelle parole, quelle espressioni che invece deploriamo quando vengono usate da altri, magari riferendosi proprio a noi. Ma non mancano - anzi, direi che sono la maggioranza - quelle persone che, per esempio, attaccano il linguaggio vuoto e ipocrita della politica e poi, quando tocca a loro parlare, ne fanno un uso quasi virtuosistico. Come quelli che rispondono “il problema è un altro”.

Quando fai notare a qualcuno, durante una conversazione, che forse sta usando un linguaggio sessista, e che anche se lui non lo è - o non si sente tale - quel linguaggio continua a veicolare sessismo, violenza, discriminazione, il più delle volte ottieni in risposta una risata o un ghigno, e una battuta che cerca di far capire che l’espressione usata era accidentale, casuale, buttata lì perché è un luogo comune (e non è proprio questo il dramma?). Insomma, lui non ha usato un linguaggio sessista soprattutto perché nel linguaggio “il problema è un altro”. Questo uomo no.

Quando distribuisci un volantino che spiega che “no vuol dire no”, con il quale cerchi di spiegare che per evitare tante violenze sessiste basterebbe non fare finta di fraindendere le parole e i gesti che negano assenso pur di realizzare i propri desideri sessuali, capita che molte persone ti dicano che tu vuoi “distruggere la bellezza del corteggiamento”, che “il linguaggio è relativo”, che “si capisce cosa e quando vuole una donna”, ma soprattutto che non è quella la cosa importante per frenare la violenza sessista. Molti ti dicono che “il problema è un altro”. Questo uomo no.

Quando pubblichi qualcosa sul tuo blog, o fai girare una cosa altrui, che stigmatizza una pubblicità sessista che diffonde (ancora, sempre, di nuovo) l’idea che i corpi di donne si vendono, interi o a tranci, per attrarre menti e occhi all’abitudine di possederli, giocando con doppi sensi volgari e pornografici - utili solo a far ridere chi immagina di poter consumare così un’appagante pseudostupro - c’è sempre qualcuno che commenta con un “ma è solo ironia”, “sei un bigotto, ma scopa ogni tanto!”, “è sempre stato così, è la natura”, oppure con “e come altro fai pubblicità a questa cosa?”. Trovi sempre molti pronti a spiegarti che quello che fai è inutile, perché in realtà “il problema è un altro”. Questo uomo no.

Quando commenti un quotidiano o un partito politico che usano una comunicazione sessista, continuando a usare quegli odiosi e violenti stereotipi di genere che andrebbero banditi dalla comunicazione pubblica - soprattutto in quegli organi di stampa o organizzazioni politiche che si vantano di appoggiare battaglie per la parità dei generi! - non mancano mai quelli che ti appioppano l’etichetta di “censore”, di “moralista bacchettone”, di “malato di mente”, di “lesbica” (a me è successo davvero…). Queste belle personcine, se non ti insultano, ti spiegano che in un paese come l’Italia non si può perdere tempo dietro queste questioni; con quello che succede nell’economia, nella politica, in Italia “il problema è un altro”. Questo uomo no.

E’ vero, avete ragione: in Italia “il problema è un altro”. In Italia il problema siete voi. Questo uomo no.

Luglio 5th, 2011

Questo uomo no, #20.

L’ultima bravata di un nostro esponente politico, Francesco Speroni, eurodeputato leghista col desiderio di sparare ai barconi di immigrati, è stata quella di riprendersi col cellulare mentre sfrecciava a 316 km/h su una autostrada tedesca. Fin qui, niente di sessista; molto idiota e pericoloso, ma non sessista. Una donna al volante a quella velocità, su una normale autostrada, mi sarebbe parsa idiota e pericolosa allo stesso modo. Però l’ha fatto un uomo. E questo bel maschione se n’è vantato, della velocità raggiunta, alla radio. Come si sente nel video, quello è il suo record personale. E un maschio che si vanta di un record personale me lo fa venire in mente eccome, qualcosa di sessista, qualcosa di machista, qualcosa di violento: l’uomo che misura.

Diciamocelo: c’è un solo genere che ha l’ossessione, in molti suoi membri, di misurarsi il sesso e farne un record personale. La lunghezza soprattutto, ma anche il diametro ha la sua importanza. E giù a fare teorie, a provare pratiche, e a cercare prodotti farmaceutici utili a tenerlo nella massima estensione per più tempo possibile, o per estenderlo anche di un solo centimetro, che anche allora conterrebbe un’enorme quantità di orgoglio. Oppure, per non pensarci, misura altre cose: kg in trazione, massa grassa, collo-braccio-polpaccio. Ci sono intere industrie al suo servizio: al servizio dell’uomo che se lo misura. Questo uomo no.

Eh, ma il nostro eroe non misura solo quello: misura altre cose del sesso. Misura l’astinenza - oh quanto non vorrebbe! - e quella cerca sempre di avvicinarla allo zero; e misura le volte che non ci riesce, e anche quella cifra, se non è zero, è sempre troppo grande. Ma pensiamo positivo! Misura anche quante volte, e in quanto tempo. E consecutivamente, e nella stessa occasione, e in media, e al mese, e all’anno. L’uomo che misura quante volte. Questo uomo no.

Ma la misura vale anche per i fattori esterni. E così conta anche dove, e in quanti luoghi diversi. E misura per tipi, per razze, per occasioni; sta sempre a contare, aggiorna sempre il suo palmarès. E misura anche quanto costa, e se gli conviene, e se il rapporto qualità/prezzo è a suo vantaggio. E calcola anche quanto e se ha investito bene, in caso di misura a lungo termine, in caso di “per sempre”. L’uomo che misura dove, come, per quanto. Questo uomo no.

E non contento di misurare tutto del suo corpo, misura anche l’altrui: e allora ecco il 90-60-90, e la taglia 42, e l’altezza mezza bellezza, e i chili di troppo, e l’età giusta; e poi fa delle misure un canone, una regola. E gli cambia nome, in modo che quelle misure possano essere comunicate senza violenza, senza allarmare, nell’indifferenza. E chiama le misure moda; che bella la moda! Chi vorrebbe mai andare contro la moda? E’ la moda, baby, che impone le sue misure, a tutti: mica sono io che ti dico di dimagrire, di operarti, di cambiarti. L’uomo che misura le donne. Questo uomo no.

Ma misura anche oggetti, enti, gruppi. L’auto più veloce, la moto più potente, la casa più grande, l’azienda con più fatturato, la fabbrica con più clienti, il partito con più tessere, la squadra con più punti. E cerca di possedere, di appartenere a tutte queste cose, lui, con la stessa tenace speranza di quando si misura il suo pisello. L’uomo che misura le cose. Questo uomo no.

A volte può essere vincente misurare altre cose, non materiali: l’importante è misurare. Quanti libri ha letto, e quanti titoli di studio ha conseguito; quanti paesi ha visitato, e quante persone ha conosciuto, e quante cose ha visto; tutto fa numero, tutto è record, purché si possa misurare e possa essere di più, tanto, un gran numero: l’esperienza vissuta che rimane di tutto ciò non conta nulla. Importa la misura della cultura. Questo uomo no.

E misura anche la sua legalità, la quantità di persone che può comprare e/o alle quali chiedere un favore che non si può negare, il numero di leggi che può trasgredire. E se la misura la oltrepassa, quelle altre misure serviranno, perché allora si farà una gara tra misure: e chi vince la gara, per esempio, festeggia NON la caduta delle accuse, che restano, NON la mancanza di un atto sessuale, che ha ammesso, ma la fine degli arresti domiciliari - con una bella cenetta con la moglie. L’uomo che misura il suo potere. Questo uomo no.


Giugno 23rd, 2011

OK, ma la modella è una donna, e magari lo è la donna che ha fatto la foto, e magari lo è la pubblicitaria che ha disegnato la campagna... quello che intendo è che lo sfruttamento dell'immagine femminile secondo certi criteri e di quella maschile secondo altri non è esclusiva della parte maschile della società ma spesso è proposta proprio da quella femminile che spesso ha una cultura di sfruttamento del corpo femminile e di mantenimento che ben poco ha in comune con l'emancipazione e la parità. Il problema quindi non sono gli uomini, ma questa cultura del mantenimento, dello sfruttamento del corpo, che è tanto nelle donne quanto negli uomini.
Dario de Judicibus
Asketh - Anonimo

Embè? Questo giustifica qualcuno? Questo spiega qualcosa in più?

Che il sessismo sia un problema trasversale ai generi e alle appartenenze politiche è ovvio. Io mi rivolgo agli uomini perché sono un uomo e un padre di due bambini maschi. E perché quella cultura di cui parli si chiama maschilismo, machismo, sessimo; e in questa società dove trionfa questa cultura il potere decisionale è nella stragrande maggioranza dei casi detenuto da uomini. Tanto mi basta per dire “questo uomo no”.

Questo uomo no, #19.


Se qualcuno volesse sapere cos’è il sessismo, questo è un esempio. Stesso evento, stesso luogo, stessa data, stesso partito, stessa agenzia pubblicitaria. Ma per l’uomo si mostra un simbolo di lavoro, d’impegno, di serietà: si lascia intuire la sua dignità. Per la donna, si mostrano le cosce, la gonna e le scarpette rosa: si lascia intuire la sua fica. Complimenti a tutti.

Cosa penso del “compagno sessista” l’ho già scritto qui. Il commento di Arguzia a queste foto è migliore di qualunque parola potrei trovare io.

Giugno 21st, 2011

Mi era sfuggito l'ennesimo articolo di Fini
Grazie Lorenzo per la tua tenacia e per il tuo impegno!
Vorrei, se tu sei d'accordo, pubblicare sul mio blog l'articolo e la tua lettera.
Un abbraccio, Elena
Asketh - Anonimo

Ma certo che puoi farlo! Sempre dàje così, Elena.

Giugno 17th, 2011

Questo uomo no, #18.

Questo il testo di un articolo apparso l’11 Giugno scorso su “Il Fatto Quotidiano”, scritto da Massimo Fini. Sul sito del giornale è a pagamento, quindi lo vedete riportato da un altro sito. Di lui ci siamo già occupati anche qui. Quello che segue è il testo che ho mandato per email a Peter Gomez, direttore de “Il Fatto Quotidiano”. Ricordiamoci che il sessismo, il machismo, la violenza non sono giustificabili tramite nessun’altra azione meritoria. Possono e devono essere sempre evitati soprattutto nel linguaggio da usare pubblicamente. Di questa lettera faccio un altro questo uomo no.

*

Gent.mo Direttore Peter Gomez,

 posso arrivare a comprendere che un sincero sentimento di amicizia la leghi a Massimo Fini, ma non riesco ad evitare di esprimerle il mio schifo per quanto Fini è riuscito a scrivere nel suo ultimo pezzo datato 11 Giugno scorso.

   Al di là di tutti gli altri argomenti usati - robaccia vecchia e inflazionata anche per Massimo Fini -, trovo che far passare come cosa risibile il prendersi a forza in bocca il cazzo di qualcuno sia un pochino sopra le righe anche per un raffinato umorista. Figuriamoci per un volgare misogino come Massimo Fini, che a immagini del genere ci aveva abituati da tempo ma che non pone limiti alla sua fantasia alimentata dai più banali luoghi comuni; evidentemente ama sorprendersi del suono delle sue stesse parole.

  Se proprio ci tiene alla sua amicizia, gli spieghi che può limitarsi a tutto il restante campionario della sua cultura - se avrà voglia di mostrarla, prima o poi, ché finora né da libri né da articoli s’è molto palesata - e lasciare perdere le cose di cui non capisce niente e sulle quali non mostra più competenza di un volgare anzianotto pipparolo pornodipendente. Ne va del giornale Lei che dirige, cosa alla quale Lei spero tenga, e della reputazione di tutti gli altri che ci scrivono. Perché io, da quando Massimo Fini ci scrive le sue cretinerie violente e misogine, a “il Fatto Quotidiano” non ci tengo più. Ma io, al contrario di Lei, non lo dirigo, non ci metto la faccia e la reputazione, né ho tra i miei colleghi un esempio di ignoranza, violenza e stupida misoginia paragonabile a Massimo Fini.

   Ancora un barlume di stima in Lei ce l’ho. Le ho già lette in precedenza le sue ipocrite giustificazioni di circostanza per Massimo Fini, me le risparmi se non ha altro. Invece, mi stupisca e dissoci una volta per tutte il giornale che dirige da quella robaccia e da chi si vanta di scriverla.

Lorenzo Gasparrini, uomo, Roma.

*

[Piccola cosa personale: oggi è il primo compleanno di Questo uomo no. E’ ancora un pupo che deve imparare un sacco di cose, ma ci mette tutto l’impegno e la vitalità di cui è capace. E, come tutti i pupi, non sarebbe cresciuto felice senza l’aiuto di tanti che si sono fermati per fargli un sorriso, nutrirlo e dargli un po’ del proprio tempo. Grazie a tutti voi.]

Giugno 13th, 2011

Non ho domande da fare, sono rimasta sconvolta dal tuo blog, naturalmente solo in positivo.
Sei tutte noi, me per prima.
E speriamo che presto tu sia anche tutti voi.

Milena
Asketh - Anonimo

Grazie Milena.

Maggio 23rd, 2011

Questo uomo no, #17.

La prima volta che mi misi a pensare seriamente a come i media alterino il rapporto con la realtà - soprattutto a danno di chi con la realtà ha qualche problema sociale, economico, politico - fu quando il telegiornale di allora riportò un ricorrente commento delle persone presenti al funerale di Gianni Agnelli: “E’ morto uno di noi”. Uno di noi? Immagino ci si riferisse a quelli a cui Andy Warhol ha fatto il ritratto, oppure che hanno passato metà dell’esistenza in barca a vela. Un uomo normale, insomma, come tutti gli altri. Il concetto di normale è uno dei tanti che l’uso del linguaggio comune ha distorto, banalizzato, appiattito su un significato non più vissuto né pensato. E’ ormai sinonimo di generale, diffuso, indifferente, comune. Come si vede anche dal suo etimo, non è affatto così che dovrebbe essere usato. L’uomo normale, quindi, chi è? Ormai non è più colui che dà una regola, modello o esempio di ciò che si dovrebbe essere: è, al contrario, la somma delle qualità più ovvie, più comuni, date per scontate senza un minimo di spirito critico. E quando queste qualità fanno male, generano violenza, allora l’uomo normale non mi sta più bene, la normalità non mi sta più bene; diventa preoccupante, inquietante, invadente, opprimente.

Carlo Giovanardi è stato capace di attaccare, da una posizione di governo come la sua, un’azienda privata quale IKEA per il seguente motivo: “Il termine famiglia usato dalla multinazionale è lesivo della Costituzione italiana, perché per essa si deve intendere solo quella formata dal matrimonio tra uomo e donna”. Ovviamente è bastato un dirigente d’azienda che sapesse leggere per rispondergli “la Costituzione stabilisce qual è l’oggetto dei diritti, ossia quella fondata sul matrimonio, ma non definisce la famiglia tout court”. Quale definizione aveva in mente Giovanardi? Quella che si può derivare facilmente dalla sua storia politica e personale: un uomo eterosessuale che sposa (se possibile in una chiesa cattolica) una donna eterosessuale. Una famiglia, insomma, normale. Questo uomo no.

Beppe Severgnini pensa di ‘rispondere’ a Giovanardi dicendo: Giovanardi voleva solo farsi pubblicità, avere spazio sui media e apparire il più possibile. “Rifiutare di vedere, aiutare, ascoltare e tutelare tutte le famiglie e tutte le coppie - in qualsiasi combinazione” è deplorevole, siamo d’accordo; però Severgnini pensa che il matrimonio non può essere fatto da persone dello stesso sesso, e in questo la Costituzione non c’entra. “Non lo chiede solo la religione cattolica; lo suggeriscono il buon senso, la storia e la natura (che punta, implacabile, alla procreazione e alla conservazione della specie)”. La sua, quindi, vuole essere una definizione di matrimonio normale. Questo uomo no.

Dominique Strauss-Kahn è accusato di stupro (e altre cose - seguite i vari link per non perdervi i ‘commenti’). Ha ottenuto di non rimanere in carcere in attesa del processo: è ai domiciliari a New York sorvegliato 24 ore su 24 a sue spese - dopo aver versato sei milioni di dollari tra cauzione e assicurazione. Tutte cose normali, no? Infatti ecco i più frequenti commenti del “pubblico” in rete: “è un complotto, DSK è un uomo potente, è un pericoloso pretendente alla presidenza francese, l’hanno incastrato, è normale”; “non ci credo, un uomo così potente e intelligente, ti pare che stupra, non è normale”; lo stesso DSK ha detto; “Sì mi piacciono le donne… e allora?” (sottinteso: è normale che mi piacciano le donne, e che a uno che gli piacciono le donne succedano certe cose). Questo uomo no.

Se il normale è il generale - cioè quello determinato dal maggior numero di persone - allora Giovanardi ha ragione: in paese a maggioranza cattolica-per-sentito-dire, non c’è spazio per famiglie “diverse” - leggi fuori dalla norma; non contano né l’amore né la volontà di costituire una cosa più grande di se stessi. Oppure è normale anche qualcosa che nega dei diritti, e che li nega a cittadini che non danneggiano la società esercitando quei diritti; e allora Severgnini ha ragione: l’omofobia è tradizione, buon senso, storia e natura, è normale. Se è normale che a un uomo potente vengano perdonati e insabbiati reati, a meno che non sia ordito un complotto contro di lui - e allora è il complotto il vero reato, e non il suo, e chissenefrega delle sue vittime - allora Dominique Strauss-Kahn è già innocente, non va neanche processato. A cosa serve sapere se ha davvero stuprato quella donna, o altre donne? In ogni caso, tutta la vicenda è normale, dato che lui è quello che è.

A me questo normale fa schifo. A me quest’uomo normale, che pensa queste cose normali, fa schifo. Questo uomo no.

Aprile 5th, 2011

Il confine. (Questo uomo no, #16).

E’ tutto il giorno che ci penso. Che penso a questa cosa qui.

E’ un post che apre il thread di un forum, questo.

L’ho segnalato alla polizia postale. M’è sembrato il mio dovere, che comunque non si ferma qui.

Ho riflettuto molto, perché sono solito difendere la libertà d’espressione - distinguendola molto bene dalla libertà di azione - a tutti i costi. La ritengo non solo un diritto fondamentale, ma il fondamento di molti altri diritti. Annovero solo un caso nel quale mi ergo a censore: l’espressione del pensiero fascista, in tutte le sue forme e declinazioni. Questo perché il pensiero fascista è la fine violenta di ogni altro pensiero, quindi non può essere lasciato esprimersi né diffondersi - perlomeno non senza averlo riconosciuto come tale.

Qui non si tratta di riconoscere un reato - l’apologia di reato, istigazione a delinquere, o quello che sia. O forse anche questo, ma temo che qui sia in ballo una cosa più fondamentale, più condizionante.

Questo post, questo thread, è un confine. Il confine dell’indifferenza, dell’allarme sociale, della dignità di esseri umani di fronte ad altri esseri umani. Questo confine va difeso allertando tutti sulla gravità dell’oltrepassarlo, e del fare finta che lo si possa fare in nome del diritto d’espressione.

L’autore - ha un nome e un cognome, pare, che voglio dimenticare, quindi non lo ripeterò - cerca anche di prevenire possibili opposizioni; nelle ultime righe dice che lui domanda, non afferma. Non dice che vuole ammazzare, ma domanda perché non farlo, in certe condizioni che potrebbero rivelarsi vantaggiose.

In poche righe c’è davvero tutto: sessismo, ipocrisia, viltà. Insomma, fascismo. Ma non quello “storico” - le camicie nere, le frasi urlate, simboli parole valori di “destra”, roba così - ma quello esistenziale, risultato di una lunga educazione alla violenza, all’ignoranza, alla paura, alla morte.

Ecco, quelle parole sono un confine. Chi non lo riconosce corre il grande pericolo di trascinare sé e altri in un luogo che lo sopprimerà come essere umano, come essere sensibile, come essere intelligente.

Io rimarrò attento a quel confine. Ho il dovere - in quanto essere umano - di avvertire tutti che quel confine non deve essere mai superato. Quando accade, questo dev’essere manifestato a tutti nel modo più evidente possibile, in modo che quanti più possibile si accorgano di questo confine e imparino a non oltrepassarlo e a non permettere ad altri di oltrepassarlo, per qualunque motivo. L’alternativa, come si legge del resto bene in quel post, in quel thread, è la morte. Prima la morte della propria sensibilità, poi la morte della propria intelligenza, poi la morte della propria umanità. La morte fisica non avrà più importanza, allora.

Io rimarrò attento a quel confine. Sento di doverlo a tutti gli esseri umani che ho intorno.

Marzo 22nd, 2011

Questo uomo no, #15.

Stavolta m’è uscita una specie di lettera per un tipo di maschio che proprio non sopporto. Pensavo da un bel po’ a questo tipo - un po’ di nicchia, lo ammetto - che mi da’ parecchio fastidio. L’ho incontrato spesso, e devo ammettere che ha la notevole qualità di non sembrare affatto meno stronzo né col passare degli anni miei né col passare degli anni suoi. Meno male, perché mi dispiacerebbe proprio essere più tollerante solo perché il tempo passa.

Il compagno sessista è una figura molto più comune di quanto si pensi. E’ un maschio di sinistra, fortemente schierato; si professa comunista orgogliosamente, specie se ha già superato i quaranta, oppure anarchico «da sempre». Il compagno sessita veste con una specie di divisa riconoscibile, fatta di accessori e colori che nella sua città «significano» l’appartenenza alla sinistra militante, anche con qualche punta d’anarchia, perché no. Anche se non più giovane, riconoscerete senz’altro nel suo abbigliamento qualle caratteristiche comuni, irrinunciabili, con le quali si vuole distinguere.

Se ha un lavoro fisso e stabile il compagno sessista fa spesso lunghi discorsi critici sulla situazione socioeconomica attuale, anche ben argomentati, partendo da quelle situazioni quotidiane, «di base», che vive in prima persona; che sono, immancabilmente, l’ovvia triste conseguenza di scelte politiche folli votate da una maggioranza che non lo rappresenta e decise da una classe politica che lui disprezza, indipendentemente dall’etichetta di partito.

Forse è un nostalgico di partiti che non ci sono più, e pur apprezzando qualche esponente «rimasto», ne compatisce il glorioso passato rispetto a un presente privo di prospettive e di potere. Se invece è giovane e non ha di questi ricordi, il compagno sessista disprezza apertamente qualunque dirigente di partito sopra il livello regionale, lasciando un po’ di speranza a qualche esponente locale - di cui ha diretta conoscenza in comizi, manifestazioni, campagne - che si salva perché ancora non corrotto dalla politica più alta.

Sotto o intorno i trenta, il compagno sessista è di un attivismo inarrestabile. Non si perde un convegno, un’assemblea, un’iniziativa, una manifestazione; mette in moto relazioni, amicizie, collegamenti, usando tutti i mezzi di comunicazione, soprattutto i più nuovi, per smuovere cose e persone. Organizza, comunica, spende parole forti; ha sempre la testa al «dopo» ma spara giudizi sul momento; mangia beve fuma con la stessa passione frenetica con la quale parla, convince, condanna, studia e rielabora.

Il compagno sessista è molto attento al suo linguaggio. Fiuta la reazione e il razzismo lontano un miglio e condanna senz’appello il militante destrorso, sia attivo che passivo, soprattutto nelle sue espressioni. Pesa e sa pesare bene le parole, ed è molto attento a dire cosa a chi, perché conosce molto bene la forza del linguaggio e sa quanto può colpire e servire alla causa la parola giusta al momento giusto.

Ma c’è un ma.
Eh sì, compagno sessista, c’è un «ma».

Ma quanto ti dà fastidio quando le compagne gestiscono un’iniziativa, un’occupazione, ponendo problemi che non ti sono venuti manco in mente e proponendo soluzioni che ti costringono a ripensare un po’ il tuo ruolo. Ma quanto ti rode se da certe discussioni sei escluso, o comunque ammesso con le dovute riserve, perché uomo e in quanto tale non è che proprio ne puoi capire di certi argomenti. Ma cos’è tutta st’importanza al patriarcato, al machismo, alla violenza di genere? I problemi sono altri, queste sono chiacchiere che fanno perdere di vista l’obiettivo, l’idea, la cosa importante.

Ecco, io dico questo uomo no.

Tu, compagno sessista, hai sviluppato un naturale orrore per espressioni come «sporco negro» o «terrone di merda», ma non esiti a dare della «zoccola» alla donna al volante di una macchina davanti alla tua, della «puttana» all’assistente che ti interroga, «troia» alla giornalista in tailleur che non fa le domande che hai in mente te, «mignotta» alla deputata che rilascia dichiarazioni ridicole e inopportune, «bocchinara» alla discinta protagonista televisiva di turno, «pompinara» alla collega che lavora più e meglio di te. Poi hai spazio anche per un affettuoso «troiette» per le compagne che propongono una mozione diversa, e «puttanelle» per quelle del centro sociale che chiedono spazi e ore per le loro iniziative - che gentile, una nota di riguardo la sai dare.

Beh, compagno sessita, lasciatelo dire: sei un fascista. Sì, proprio fascista. Perché se non vuoi capire - e non lo vuoi capire, perché sei in grado di capire tutto il resto tranne questo! - che cosa significa il sessismo, è perché non ti fa comodo. E’ perché uno spazio nel quale esercitare il tuo potere di maschio fascista ti piace, lo vuoi conservare, e te lo prendi, alla faccia di tutte le compagne. Che, allora, lì, in quel momento, non sono compagne: sono zoccole. Neanche donne, parola che proprio non t’interessa. Perché dietro il negro e il terrone c’è l’uomo, e allora lo capisci che se dici negro e terrone offendi anche l’uomo che tu sei; ma se dici mignotta no, non lo vuoi capire. Insomma, compagna fino a che non rompe i coglioni: poi mignotta va bene. Questo uomo no.

Caro compagno sessista, a me non mi freghi. Poi avere il Che tatuato in fronte, falce&martello cuciti sulle mutande, il Capitale nella tua libreria nell’edizione originale e saper cantare l’Internazionale in russo, ma per me sempre fascista rimani. Perché il potere del maschio ti piace, te lo tieni stretto; non m’importa di che colore te lo rivesti: sempre schifo mi fai. Questo uomo no.

Febbraio 8th, 2011

Questo uomo no, #14.

Indubbiamente questo mio tumblr è anche uno sfogatoio. Stavolta, senz’altro, ho voglia di mandare affanculo un certo tipo di uomo; ne ho individuato qui due esemplari, ma sono tantissimi. Sono i maschi prepotenti. Emanano prepotenza in ogni gesto, in ogni parola, anche nell’ipocrisia che usano per mascherarsi. Eh sì, perché il prepotente lo sa, di essere tale: quindi dopo aver ben bene mostrato la sua tracotanza, ha anche argomenti per mascherarsi. Per questo mi fa parecchio schifo, più schifo del semplice bullo violento.
Questi due esemplari li ho scelti spinto da vicende recenti ma anche incuriosito dalla falsa irraggiungibilità della loro essenza. Che, come avrete già capito, per me è marrone e puzza forte.

Questo uomo no. Oliviero Toscani. Il provocatore degli ipocriti. Ha basato tutta la sua carriera sulla volontà di provocare; ma non - come fa l’arte vera - per sovvertire il mondo, prendendo il nascosto, il perdente, lo sgradito, il sofferente da sbattere in faccia all’agiato mediocre di turno. Lui si rivolge sempre all’ipocrita acquirente, ma per fargli venire giusto il brivido che in fondo desidera, per fargli tacere la coscienza aprendo il portafoglio. Che bravo. E quanti ce ne sono, così! Tutti a riempirsi la bocca con la parola “arte”, solo per menifestare verbosamente la loro prepotenza. Ma per favore. Questo uomo no.

Oliviero Toscani. Questo sarebbe il creativo? Wow, che fantasia, sono sbalordito. Come dite? “Quando ha fotografato i cazzi nessuno ha protestato?” Io sì: usava male il corpo altrui, come sempre. Solo che i cazzi in Italia rendono meno delle fiche; quindi ha smesso, tutto qui. Come come? “Non c’è niente di cui scandalizzarsi, son cose vecchie, non capisco tutto il tuo trambusto per dodici vagine”. Eh no, cari miei. Il problema non sono le foto. Il problema è il motivo per cui a Toscani sono state pagate quelle foto. Il problema è quali parole accompagnano quelle foto. Il problema è la scelta deliberata di associare a quelle parole, a quel marchio, a quei simboli, quelle foto. Il problema è che s’è organizzato un evento pubblico con un “critico” e uno “psicologo” per pubblicizzare tutto ciò. Se non capite questo, se fate finta di non capirlo, siete stronzi come lui. Perché lui se ne vanta, di tutto ciò. Questo uomo no.

Questo uomo no. Alfonso Luigi Marra. Avvocato cassazionista di nascita, fanfarone di professione, si spaccia per autore di libri che rivoluzionerebbero il pensiero risolvendo d’un colpo i problemi dell’umanità. Ormai alcuni suoi termini, nella sua sconclusionata pronuncia, sono entrati nella storia del lessico distorto italiano per elezione popolare: “str(a)teg(g)ismo sentimentale”, “uomo tab(b)ù”, “libro tab(b)ù”. Quest’uomo sceglie di autoprodurre i suoi spot per i suoi libri autoprodotti, nei quali annuncia rivelazioni scottanti (hanno tutti paura di lui, dice), cose che ha scoperto e deciso di rivelare al povero mondo ancora ignorante. Questo uomo no.

Alfonso Luigi Marra, tronfio del suo potere e dei suoi soldi, protervo sorridente navigatore del suo oceano d’ignoranza crassa, felice del potere del denaro e dei media. Lasciamo perdere che questo uomo no per le scemenze che dice. Lasciamo perdere che questo uomo no per il continuo sfoggio di egocentrismo. Ma questo tracotante sedicente genio, questo sarebbe il “tabù”? Questo ignorante prepotente sfacciato violento vorrebbe essere l’alternativa a COSA? Ma per favore. Questo uomo no.

Questi due sono lo stesso uomo. Due esempi dello stesso uomo, e della stessa ipocrita mentalità prepotente e machista (sì machista: non si sentono entrambi dei gran fighi? Non hanno nello sguardo la piacionesca consapevolezza della loro forza comunicativa, conquistata merda su merda? Non hanno ammiratori, non fanno proseliti?) che i media si divertono a vendere nelle sue molteplici facce. Uno in nome dell’ “arte” (EH?), l’altro in nome della “scienza” (COSA?), l’importante è provocare, far discutere, spalmare merda qui e là, affinché si parli di loro a un prezzo conveniente. Tutto ciò in forza della loro impunita faccia tosta nell’occuparsi di cose delle quali non capiscono un’emerito nulla, e che ovviamente non gli appartengono affatto: il corpo delle donne, “il labirinto femminile”… mannatevenaffanculo, và. Voi e tutti quei maschi ipocriti che straparlano tracotanti di cose delle quali non sanno, non sentono, non capiscono niente. Questo uomo no.

Gennaio 30th, 2011

Risposta ad Amelia.

Esagerata…

ce provo, tutto qui.