Luglio 5th, 2011

Questo uomo no, #20.

L’ultima bravata di un nostro esponente politico, Francesco Speroni, eurodeputato leghista col desiderio di sparare ai barconi di immigrati, è stata quella di riprendersi col cellulare mentre sfrecciava a 316 km/h su una autostrada tedesca. Fin qui, niente di sessista; molto idiota e pericoloso, ma non sessista. Una donna al volante a quella velocità, su una normale autostrada, mi sarebbe parsa idiota e pericolosa allo stesso modo. Però l’ha fatto un uomo. E questo bel maschione se n’è vantato, della velocità raggiunta, alla radio. Come si sente nel video, quello è il suo record personale. E un maschio che si vanta di un record personale me lo fa venire in mente eccome, qualcosa di sessista, qualcosa di machista, qualcosa di violento: l’uomo che misura.

Diciamocelo: c’è un solo genere che ha l’ossessione, in molti suoi membri, di misurarsi il sesso e farne un record personale. La lunghezza soprattutto, ma anche il diametro ha la sua importanza. E giù a fare teorie, a provare pratiche, e a cercare prodotti farmaceutici utili a tenerlo nella massima estensione per più tempo possibile, o per estenderlo anche di un solo centimetro, che anche allora conterrebbe un’enorme quantità di orgoglio. Oppure, per non pensarci, misura altre cose: kg in trazione, massa grassa, collo-braccio-polpaccio. Ci sono intere industrie al suo servizio: al servizio dell’uomo che se lo misura. Questo uomo no.

Eh, ma il nostro eroe non misura solo quello: misura altre cose del sesso. Misura l’astinenza - oh quanto non vorrebbe! - e quella cerca sempre di avvicinarla allo zero; e misura le volte che non ci riesce, e anche quella cifra, se non è zero, è sempre troppo grande. Ma pensiamo positivo! Misura anche quante volte, e in quanto tempo. E consecutivamente, e nella stessa occasione, e in media, e al mese, e all’anno. L’uomo che misura quante volte. Questo uomo no.

Ma la misura vale anche per i fattori esterni. E così conta anche dove, e in quanti luoghi diversi. E misura per tipi, per razze, per occasioni; sta sempre a contare, aggiorna sempre il suo palmarès. E misura anche quanto costa, e se gli conviene, e se il rapporto qualità/prezzo è a suo vantaggio. E calcola anche quanto e se ha investito bene, in caso di misura a lungo termine, in caso di “per sempre”. L’uomo che misura dove, come, per quanto. Questo uomo no.

E non contento di misurare tutto del suo corpo, misura anche l’altrui: e allora ecco il 90-60-90, e la taglia 42, e l’altezza mezza bellezza, e i chili di troppo, e l’età giusta; e poi fa delle misure un canone, una regola. E gli cambia nome, in modo che quelle misure possano essere comunicate senza violenza, senza allarmare, nell’indifferenza. E chiama le misure moda; che bella la moda! Chi vorrebbe mai andare contro la moda? E’ la moda, baby, che impone le sue misure, a tutti: mica sono io che ti dico di dimagrire, di operarti, di cambiarti. L’uomo che misura le donne. Questo uomo no.

Ma misura anche oggetti, enti, gruppi. L’auto più veloce, la moto più potente, la casa più grande, l’azienda con più fatturato, la fabbrica con più clienti, il partito con più tessere, la squadra con più punti. E cerca di possedere, di appartenere a tutte queste cose, lui, con la stessa tenace speranza di quando si misura il suo pisello. L’uomo che misura le cose. Questo uomo no.

A volte può essere vincente misurare altre cose, non materiali: l’importante è misurare. Quanti libri ha letto, e quanti titoli di studio ha conseguito; quanti paesi ha visitato, e quante persone ha conosciuto, e quante cose ha visto; tutto fa numero, tutto è record, purché si possa misurare e possa essere di più, tanto, un gran numero: l’esperienza vissuta che rimane di tutto ciò non conta nulla. Importa la misura della cultura. Questo uomo no.

E misura anche la sua legalità, la quantità di persone che può comprare e/o alle quali chiedere un favore che non si può negare, il numero di leggi che può trasgredire. E se la misura la oltrepassa, quelle altre misure serviranno, perché allora si farà una gara tra misure: e chi vince la gara, per esempio, festeggia NON la caduta delle accuse, che restano, NON la mancanza di un atto sessuale, che ha ammesso, ma la fine degli arresti domiciliari - con una bella cenetta con la moglie. L’uomo che misura il suo potere. Questo uomo no.


Giugno 23rd, 2011

OK, ma la modella è una donna, e magari lo è la donna che ha fatto la foto, e magari lo è la pubblicitaria che ha disegnato la campagna... quello che intendo è che lo sfruttamento dell'immagine femminile secondo certi criteri e di quella maschile secondo altri non è esclusiva della parte maschile della società ma spesso è proposta proprio da quella femminile che spesso ha una cultura di sfruttamento del corpo femminile e di mantenimento che ben poco ha in comune con l'emancipazione e la parità. Il problema quindi non sono gli uomini, ma questa cultura del mantenimento, dello sfruttamento del corpo, che è tanto nelle donne quanto negli uomini.
Dario de Judicibus
Asketh - Anonimo

Embè? Questo giustifica qualcuno? Questo spiega qualcosa in più?

Che il sessismo sia un problema trasversale ai generi e alle appartenenze politiche è ovvio. Io mi rivolgo agli uomini perché sono un uomo e un padre di due bambini maschi. E perché quella cultura di cui parli si chiama maschilismo, machismo, sessimo; e in questa società dove trionfa questa cultura il potere decisionale è nella stragrande maggioranza dei casi detenuto da uomini. Tanto mi basta per dire “questo uomo no”.

Questo uomo no, #19.


Se qualcuno volesse sapere cos’è il sessismo, questo è un esempio. Stesso evento, stesso luogo, stessa data, stesso partito, stessa agenzia pubblicitaria. Ma per l’uomo si mostra un simbolo di lavoro, d’impegno, di serietà: si lascia intuire la sua dignità. Per la donna, si mostrano le cosce, la gonna e le scarpette rosa: si lascia intuire la sua fica. Complimenti a tutti.

Cosa penso del “compagno sessista” l’ho già scritto qui. Il commento di Arguzia a queste foto è migliore di qualunque parola potrei trovare io.

Giugno 21st, 2011

Mi era sfuggito l'ennesimo articolo di Fini
Grazie Lorenzo per la tua tenacia e per il tuo impegno!
Vorrei, se tu sei d'accordo, pubblicare sul mio blog l'articolo e la tua lettera.
Un abbraccio, Elena
Asketh - Anonimo

Ma certo che puoi farlo! Sempre dàje così, Elena.

Giugno 17th, 2011

Questo uomo no, #18.

Questo il testo di un articolo apparso l’11 Giugno scorso su “Il Fatto Quotidiano”, scritto da Massimo Fini. Sul sito del giornale è a pagamento, quindi lo vedete riportato da un altro sito. Di lui ci siamo già occupati anche qui. Quello che segue è il testo che ho mandato per email a Peter Gomez, direttore de “Il Fatto Quotidiano”. Ricordiamoci che il sessismo, il machismo, la violenza non sono giustificabili tramite nessun’altra azione meritoria. Possono e devono essere sempre evitati soprattutto nel linguaggio da usare pubblicamente. Di questa lettera faccio un altro questo uomo no.

*

Gent.mo Direttore Peter Gomez,

 posso arrivare a comprendere che un sincero sentimento di amicizia la leghi a Massimo Fini, ma non riesco ad evitare di esprimerle il mio schifo per quanto Fini è riuscito a scrivere nel suo ultimo pezzo datato 11 Giugno scorso.

   Al di là di tutti gli altri argomenti usati - robaccia vecchia e inflazionata anche per Massimo Fini -, trovo che far passare come cosa risibile il prendersi a forza in bocca il cazzo di qualcuno sia un pochino sopra le righe anche per un raffinato umorista. Figuriamoci per un volgare misogino come Massimo Fini, che a immagini del genere ci aveva abituati da tempo ma che non pone limiti alla sua fantasia alimentata dai più banali luoghi comuni; evidentemente ama sorprendersi del suono delle sue stesse parole.

  Se proprio ci tiene alla sua amicizia, gli spieghi che può limitarsi a tutto il restante campionario della sua cultura - se avrà voglia di mostrarla, prima o poi, ché finora né da libri né da articoli s’è molto palesata - e lasciare perdere le cose di cui non capisce niente e sulle quali non mostra più competenza di un volgare anzianotto pipparolo pornodipendente. Ne va del giornale Lei che dirige, cosa alla quale Lei spero tenga, e della reputazione di tutti gli altri che ci scrivono. Perché io, da quando Massimo Fini ci scrive le sue cretinerie violente e misogine, a “il Fatto Quotidiano” non ci tengo più. Ma io, al contrario di Lei, non lo dirigo, non ci metto la faccia e la reputazione, né ho tra i miei colleghi un esempio di ignoranza, violenza e stupida misoginia paragonabile a Massimo Fini.

   Ancora un barlume di stima in Lei ce l’ho. Le ho già lette in precedenza le sue ipocrite giustificazioni di circostanza per Massimo Fini, me le risparmi se non ha altro. Invece, mi stupisca e dissoci una volta per tutte il giornale che dirige da quella robaccia e da chi si vanta di scriverla.

Lorenzo Gasparrini, uomo, Roma.

*

[Piccola cosa personale: oggi è il primo compleanno di Questo uomo no. E’ ancora un pupo che deve imparare un sacco di cose, ma ci mette tutto l’impegno e la vitalità di cui è capace. E, come tutti i pupi, non sarebbe cresciuto felice senza l’aiuto di tanti che si sono fermati per fargli un sorriso, nutrirlo e dargli un po’ del proprio tempo. Grazie a tutti voi.]

Giugno 13th, 2011

Non ho domande da fare, sono rimasta sconvolta dal tuo blog, naturalmente solo in positivo.
Sei tutte noi, me per prima.
E speriamo che presto tu sia anche tutti voi.

Milena
Asketh - Anonimo

Grazie Milena.

Maggio 23rd, 2011

Questo uomo no, #17.

La prima volta che mi misi a pensare seriamente a come i media alterino il rapporto con la realtà - soprattutto a danno di chi con la realtà ha qualche problema sociale, economico, politico - fu quando il telegiornale di allora riportò un ricorrente commento delle persone presenti al funerale di Gianni Agnelli: “E’ morto uno di noi”. Uno di noi? Immagino ci si riferisse a quelli a cui Andy Warhol ha fatto il ritratto, oppure che hanno passato metà dell’esistenza in barca a vela. Un uomo normale, insomma, come tutti gli altri. Il concetto di normale è uno dei tanti che l’uso del linguaggio comune ha distorto, banalizzato, appiattito su un significato non più vissuto né pensato. E’ ormai sinonimo di generale, diffuso, indifferente, comune. Come si vede anche dal suo etimo, non è affatto così che dovrebbe essere usato. L’uomo normale, quindi, chi è? Ormai non è più colui che dà una regola, modello o esempio di ciò che si dovrebbe essere: è, al contrario, la somma delle qualità più ovvie, più comuni, date per scontate senza un minimo di spirito critico. E quando queste qualità fanno male, generano violenza, allora l’uomo normale non mi sta più bene, la normalità non mi sta più bene; diventa preoccupante, inquietante, invadente, opprimente.

Carlo Giovanardi è stato capace di attaccare, da una posizione di governo come la sua, un’azienda privata quale IKEA per il seguente motivo: “Il termine famiglia usato dalla multinazionale è lesivo della Costituzione italiana, perché per essa si deve intendere solo quella formata dal matrimonio tra uomo e donna”. Ovviamente è bastato un dirigente d’azienda che sapesse leggere per rispondergli “la Costituzione stabilisce qual è l’oggetto dei diritti, ossia quella fondata sul matrimonio, ma non definisce la famiglia tout court”. Quale definizione aveva in mente Giovanardi? Quella che si può derivare facilmente dalla sua storia politica e personale: un uomo eterosessuale che sposa (se possibile in una chiesa cattolica) una donna eterosessuale. Una famiglia, insomma, normale. Questo uomo no.

Beppe Severgnini pensa di ‘rispondere’ a Giovanardi dicendo: Giovanardi voleva solo farsi pubblicità, avere spazio sui media e apparire il più possibile. “Rifiutare di vedere, aiutare, ascoltare e tutelare tutte le famiglie e tutte le coppie - in qualsiasi combinazione” è deplorevole, siamo d’accordo; però Severgnini pensa che il matrimonio non può essere fatto da persone dello stesso sesso, e in questo la Costituzione non c’entra. “Non lo chiede solo la religione cattolica; lo suggeriscono il buon senso, la storia e la natura (che punta, implacabile, alla procreazione e alla conservazione della specie)”. La sua, quindi, vuole essere una definizione di matrimonio normale. Questo uomo no.

Dominique Strauss-Kahn è accusato di stupro (e altre cose - seguite i vari link per non perdervi i ‘commenti’). Ha ottenuto di non rimanere in carcere in attesa del processo: è ai domiciliari a New York sorvegliato 24 ore su 24 a sue spese - dopo aver versato sei milioni di dollari tra cauzione e assicurazione. Tutte cose normali, no? Infatti ecco i più frequenti commenti del “pubblico” in rete: “è un complotto, DSK è un uomo potente, è un pericoloso pretendente alla presidenza francese, l’hanno incastrato, è normale”; “non ci credo, un uomo così potente e intelligente, ti pare che stupra, non è normale”; lo stesso DSK ha detto; “Sì mi piacciono le donne… e allora?” (sottinteso: è normale che mi piacciano le donne, e che a uno che gli piacciono le donne succedano certe cose). Questo uomo no.

Se il normale è il generale - cioè quello determinato dal maggior numero di persone - allora Giovanardi ha ragione: in paese a maggioranza cattolica-per-sentito-dire, non c’è spazio per famiglie “diverse” - leggi fuori dalla norma; non contano né l’amore né la volontà di costituire una cosa più grande di se stessi. Oppure è normale anche qualcosa che nega dei diritti, e che li nega a cittadini che non danneggiano la società esercitando quei diritti; e allora Severgnini ha ragione: l’omofobia è tradizione, buon senso, storia e natura, è normale. Se è normale che a un uomo potente vengano perdonati e insabbiati reati, a meno che non sia ordito un complotto contro di lui - e allora è il complotto il vero reato, e non il suo, e chissenefrega delle sue vittime - allora Dominique Strauss-Kahn è già innocente, non va neanche processato. A cosa serve sapere se ha davvero stuprato quella donna, o altre donne? In ogni caso, tutta la vicenda è normale, dato che lui è quello che è.

A me questo normale fa schifo. A me quest’uomo normale, che pensa queste cose normali, fa schifo. Questo uomo no.

Aprile 5th, 2011

Il confine. (Questo uomo no, #16).

E’ tutto il giorno che ci penso. Che penso a questa cosa qui.

E’ un post che apre il thread di un forum, questo.

L’ho segnalato alla polizia postale. M’è sembrato il mio dovere, che comunque non si ferma qui.

Ho riflettuto molto, perché sono solito difendere la libertà d’espressione - distinguendola molto bene dalla libertà di azione - a tutti i costi. La ritengo non solo un diritto fondamentale, ma il fondamento di molti altri diritti. Annovero solo un caso nel quale mi ergo a censore: l’espressione del pensiero fascista, in tutte le sue forme e declinazioni. Questo perché il pensiero fascista è la fine violenta di ogni altro pensiero, quindi non può essere lasciato esprimersi né diffondersi - perlomeno non senza averlo riconosciuto come tale.

Qui non si tratta di riconoscere un reato - l’apologia di reato, istigazione a delinquere, o quello che sia. O forse anche questo, ma temo che qui sia in ballo una cosa più fondamentale, più condizionante.

Questo post, questo thread, è un confine. Il confine dell’indifferenza, dell’allarme sociale, della dignità di esseri umani di fronte ad altri esseri umani. Questo confine va difeso allertando tutti sulla gravità dell’oltrepassarlo, e del fare finta che lo si possa fare in nome del diritto d’espressione.

L’autore - ha un nome e un cognome, pare, che voglio dimenticare, quindi non lo ripeterò - cerca anche di prevenire possibili opposizioni; nelle ultime righe dice che lui domanda, non afferma. Non dice che vuole ammazzare, ma domanda perché non farlo, in certe condizioni che potrebbero rivelarsi vantaggiose.

In poche righe c’è davvero tutto: sessismo, ipocrisia, viltà. Insomma, fascismo. Ma non quello “storico” - le camicie nere, le frasi urlate, simboli parole valori di “destra”, roba così - ma quello esistenziale, risultato di una lunga educazione alla violenza, all’ignoranza, alla paura, alla morte.

Ecco, quelle parole sono un confine. Chi non lo riconosce corre il grande pericolo di trascinare sé e altri in un luogo che lo sopprimerà come essere umano, come essere sensibile, come essere intelligente.

Io rimarrò attento a quel confine. Ho il dovere - in quanto essere umano - di avvertire tutti che quel confine non deve essere mai superato. Quando accade, questo dev’essere manifestato a tutti nel modo più evidente possibile, in modo che quanti più possibile si accorgano di questo confine e imparino a non oltrepassarlo e a non permettere ad altri di oltrepassarlo, per qualunque motivo. L’alternativa, come si legge del resto bene in quel post, in quel thread, è la morte. Prima la morte della propria sensibilità, poi la morte della propria intelligenza, poi la morte della propria umanità. La morte fisica non avrà più importanza, allora.

Io rimarrò attento a quel confine. Sento di doverlo a tutti gli esseri umani che ho intorno.

Marzo 22nd, 2011

Questo uomo no, #15.

Stavolta m’è uscita una specie di lettera per un tipo di maschio che proprio non sopporto. Pensavo da un bel po’ a questo tipo - un po’ di nicchia, lo ammetto - che mi da’ parecchio fastidio. L’ho incontrato spesso, e devo ammettere che ha la notevole qualità di non sembrare affatto meno stronzo né col passare degli anni miei né col passare degli anni suoi. Meno male, perché mi dispiacerebbe proprio essere più tollerante solo perché il tempo passa.

Il compagno sessista è una figura molto più comune di quanto si pensi. E’ un maschio di sinistra, fortemente schierato; si professa comunista orgogliosamente, specie se ha già superato i quaranta, oppure anarchico «da sempre». Il compagno sessita veste con una specie di divisa riconoscibile, fatta di accessori e colori che nella sua città «significano» l’appartenenza alla sinistra militante, anche con qualche punta d’anarchia, perché no. Anche se non più giovane, riconoscerete senz’altro nel suo abbigliamento qualle caratteristiche comuni, irrinunciabili, con le quali si vuole distinguere.

Se ha un lavoro fisso e stabile il compagno sessista fa spesso lunghi discorsi critici sulla situazione socioeconomica attuale, anche ben argomentati, partendo da quelle situazioni quotidiane, «di base», che vive in prima persona; che sono, immancabilmente, l’ovvia triste conseguenza di scelte politiche folli votate da una maggioranza che non lo rappresenta e decise da una classe politica che lui disprezza, indipendentemente dall’etichetta di partito.

Forse è un nostalgico di partiti che non ci sono più, e pur apprezzando qualche esponente «rimasto», ne compatisce il glorioso passato rispetto a un presente privo di prospettive e di potere. Se invece è giovane e non ha di questi ricordi, il compagno sessista disprezza apertamente qualunque dirigente di partito sopra il livello regionale, lasciando un po’ di speranza a qualche esponente locale - di cui ha diretta conoscenza in comizi, manifestazioni, campagne - che si salva perché ancora non corrotto dalla politica più alta.

Sotto o intorno i trenta, il compagno sessista è di un attivismo inarrestabile. Non si perde un convegno, un’assemblea, un’iniziativa, una manifestazione; mette in moto relazioni, amicizie, collegamenti, usando tutti i mezzi di comunicazione, soprattutto i più nuovi, per smuovere cose e persone. Organizza, comunica, spende parole forti; ha sempre la testa al «dopo» ma spara giudizi sul momento; mangia beve fuma con la stessa passione frenetica con la quale parla, convince, condanna, studia e rielabora.

Il compagno sessista è molto attento al suo linguaggio. Fiuta la reazione e il razzismo lontano un miglio e condanna senz’appello il militante destrorso, sia attivo che passivo, soprattutto nelle sue espressioni. Pesa e sa pesare bene le parole, ed è molto attento a dire cosa a chi, perché conosce molto bene la forza del linguaggio e sa quanto può colpire e servire alla causa la parola giusta al momento giusto.

Ma c’è un ma.
Eh sì, compagno sessista, c’è un «ma».

Ma quanto ti dà fastidio quando le compagne gestiscono un’iniziativa, un’occupazione, ponendo problemi che non ti sono venuti manco in mente e proponendo soluzioni che ti costringono a ripensare un po’ il tuo ruolo. Ma quanto ti rode se da certe discussioni sei escluso, o comunque ammesso con le dovute riserve, perché uomo e in quanto tale non è che proprio ne puoi capire di certi argomenti. Ma cos’è tutta st’importanza al patriarcato, al machismo, alla violenza di genere? I problemi sono altri, queste sono chiacchiere che fanno perdere di vista l’obiettivo, l’idea, la cosa importante.

Ecco, io dico questo uomo no.

Tu, compagno sessista, hai sviluppato un naturale orrore per espressioni come «sporco negro» o «terrone di merda», ma non esiti a dare della «zoccola» alla donna al volante di una macchina davanti alla tua, della «puttana» all’assistente che ti interroga, «troia» alla giornalista in tailleur che non fa le domande che hai in mente te, «mignotta» alla deputata che rilascia dichiarazioni ridicole e inopportune, «bocchinara» alla discinta protagonista televisiva di turno, «pompinara» alla collega che lavora più e meglio di te. Poi hai spazio anche per un affettuoso «troiette» per le compagne che propongono una mozione diversa, e «puttanelle» per quelle del centro sociale che chiedono spazi e ore per le loro iniziative - che gentile, una nota di riguardo la sai dare.

Beh, compagno sessita, lasciatelo dire: sei un fascista. Sì, proprio fascista. Perché se non vuoi capire - e non lo vuoi capire, perché sei in grado di capire tutto il resto tranne questo! - che cosa significa il sessismo, è perché non ti fa comodo. E’ perché uno spazio nel quale esercitare il tuo potere di maschio fascista ti piace, lo vuoi conservare, e te lo prendi, alla faccia di tutte le compagne. Che, allora, lì, in quel momento, non sono compagne: sono zoccole. Neanche donne, parola che proprio non t’interessa. Perché dietro il negro e il terrone c’è l’uomo, e allora lo capisci che se dici negro e terrone offendi anche l’uomo che tu sei; ma se dici mignotta no, non lo vuoi capire. Insomma, compagna fino a che non rompe i coglioni: poi mignotta va bene. Questo uomo no.

Caro compagno sessista, a me non mi freghi. Poi avere il Che tatuato in fronte, falce&martello cuciti sulle mutande, il Capitale nella tua libreria nell’edizione originale e saper cantare l’Internazionale in russo, ma per me sempre fascista rimani. Perché il potere del maschio ti piace, te lo tieni stretto; non m’importa di che colore te lo rivesti: sempre schifo mi fai. Questo uomo no.

Febbraio 8th, 2011

Questo uomo no, #14.

Indubbiamente questo mio tumblr è anche uno sfogatoio. Stavolta, senz’altro, ho voglia di mandare affanculo un certo tipo di uomo; ne ho individuato qui due esemplari, ma sono tantissimi. Sono i maschi prepotenti. Emanano prepotenza in ogni gesto, in ogni parola, anche nell’ipocrisia che usano per mascherarsi. Eh sì, perché il prepotente lo sa, di essere tale: quindi dopo aver ben bene mostrato la sua tracotanza, ha anche argomenti per mascherarsi. Per questo mi fa parecchio schifo, più schifo del semplice bullo violento.
Questi due esemplari li ho scelti spinto da vicende recenti ma anche incuriosito dalla falsa irraggiungibilità della loro essenza. Che, come avrete già capito, per me è marrone e puzza forte.

Questo uomo no. Oliviero Toscani. Il provocatore degli ipocriti. Ha basato tutta la sua carriera sulla volontà di provocare; ma non - come fa l’arte vera - per sovvertire il mondo, prendendo il nascosto, il perdente, lo sgradito, il sofferente da sbattere in faccia all’agiato mediocre di turno. Lui si rivolge sempre all’ipocrita acquirente, ma per fargli venire giusto il brivido che in fondo desidera, per fargli tacere la coscienza aprendo il portafoglio. Che bravo. E quanti ce ne sono, così! Tutti a riempirsi la bocca con la parola “arte”, solo per menifestare verbosamente la loro prepotenza. Ma per favore. Questo uomo no.

Oliviero Toscani. Questo sarebbe il creativo? Wow, che fantasia, sono sbalordito. Come dite? “Quando ha fotografato i cazzi nessuno ha protestato?” Io sì: usava male il corpo altrui, come sempre. Solo che i cazzi in Italia rendono meno delle fiche; quindi ha smesso, tutto qui. Come come? “Non c’è niente di cui scandalizzarsi, son cose vecchie, non capisco tutto il tuo trambusto per dodici vagine”. Eh no, cari miei. Il problema non sono le foto. Il problema è il motivo per cui a Toscani sono state pagate quelle foto. Il problema è quali parole accompagnano quelle foto. Il problema è la scelta deliberata di associare a quelle parole, a quel marchio, a quei simboli, quelle foto. Il problema è che s’è organizzato un evento pubblico con un “critico” e uno “psicologo” per pubblicizzare tutto ciò. Se non capite questo, se fate finta di non capirlo, siete stronzi come lui. Perché lui se ne vanta, di tutto ciò. Questo uomo no.

Questo uomo no. Alfonso Luigi Marra. Avvocato cassazionista di nascita, fanfarone di professione, si spaccia per autore di libri che rivoluzionerebbero il pensiero risolvendo d’un colpo i problemi dell’umanità. Ormai alcuni suoi termini, nella sua sconclusionata pronuncia, sono entrati nella storia del lessico distorto italiano per elezione popolare: “str(a)teg(g)ismo sentimentale”, “uomo tab(b)ù”, “libro tab(b)ù”. Quest’uomo sceglie di autoprodurre i suoi spot per i suoi libri autoprodotti, nei quali annuncia rivelazioni scottanti (hanno tutti paura di lui, dice), cose che ha scoperto e deciso di rivelare al povero mondo ancora ignorante. Questo uomo no.

Alfonso Luigi Marra, tronfio del suo potere e dei suoi soldi, protervo sorridente navigatore del suo oceano d’ignoranza crassa, felice del potere del denaro e dei media. Lasciamo perdere che questo uomo no per le scemenze che dice. Lasciamo perdere che questo uomo no per il continuo sfoggio di egocentrismo. Ma questo tracotante sedicente genio, questo sarebbe il “tabù”? Questo ignorante prepotente sfacciato violento vorrebbe essere l’alternativa a COSA? Ma per favore. Questo uomo no.

Questi due sono lo stesso uomo. Due esempi dello stesso uomo, e della stessa ipocrita mentalità prepotente e machista (sì machista: non si sentono entrambi dei gran fighi? Non hanno nello sguardo la piacionesca consapevolezza della loro forza comunicativa, conquistata merda su merda? Non hanno ammiratori, non fanno proseliti?) che i media si divertono a vendere nelle sue molteplici facce. Uno in nome dell’ “arte” (EH?), l’altro in nome della “scienza” (COSA?), l’importante è provocare, far discutere, spalmare merda qui e là, affinché si parli di loro a un prezzo conveniente. Tutto ciò in forza della loro impunita faccia tosta nell’occuparsi di cose delle quali non capiscono un’emerito nulla, e che ovviamente non gli appartengono affatto: il corpo delle donne, “il labirinto femminile”… mannatevenaffanculo, và. Voi e tutti quei maschi ipocriti che straparlano tracotanti di cose delle quali non sanno, non sentono, non capiscono niente. Questo uomo no.

Gennaio 30th, 2011

Risposta ad Amelia.

Esagerata…

ce provo, tutto qui.

Oh, un altro raro raggio di Sole nel web!

Hai un bel blog e sei una bella persona… complimenti e grazie :D

Amelia

Dicembre 20th, 2010

MAMMAMIA! Quello della AXE è terrificante! L’ultimo invece è proprio scemo… grazie per tenermi aggiornata, sai, vivo da tre anni senza la TV e tutte queste perle me le sarei perse senza di te! Un abbraccio e con l’occasione, auguri di buone Feste.

Mara

prostituzione: bibliografia su tratta, sfruttamento, violenze, clienti, “migrazioni”.

  •  Luisa Leonini. Sesso in acquisto. Una ricerca sui clienti della prostituzione. Edizioni Unicopli, Milano, 1999.
  • Francesco Carchedi. I colori della notte. Migrazioni, sfruttamento sessuale, esperienze di intervento sociale. Franco Angeli, Milano, 2000.
  • Laura Maragnani e Isoke Aikpitanyi: Le ragazze di Benin City ed. Melampo 2007, ISBN 978-88-89533-16-1.
  • AAVV; PROSTITUZIONE: oltre i luoghi comuni in “Pagine”, n. 2, 2007.
  • Becucci, Stefano; Garosi, Eleonora. Corpi globali. Prostituzione e sex business in Italia. Firenze university Press, Firenze, 2008 ISBN 978-88-8453-735-5 .
  • B.Busi, “Il lavoro sessuale nell’economia della (ri)produzione globale”, in “Altri femminismi”, manifesto libri 2006, ISBN 88-7285-428-8 .
  • D.Danna; “Prostituzione, violenza contro le donne, tratta e globalizzazione”, in Sociologia e globalizzazione, Milano, Mimesis.
  • B. Ehrenreich, A. R. Hochschild; “Donne globali. Tate, colf e badanti”, Feltrinelli 2004, ISBN 8807103605 (prima edizione in inglese: “Global Woman: Nannies, Maids and Sex Workers in the New Economy”, Metropolitan Books 2003).
  • Corso Carla, Trifirò Ada ; “E siamo partite! Migrazione, tratta e prostituzione straniera in Italia”, Giunti Editore 2003, pagine 220, ISBN 8809029437 , ISBN 13 9788809029439.
  • AAVV; “Porneia : voci e sguardi sulle prostituzioni” (Associazione On the Road),Padova, Il poligrafo, 2003. - 286 p. - (collana Politiche sociali e sanitarie) ISBN 88-7115-343-X , ISBN-13: 9788871153438 
  • Abbatecola Emanuela, L’altra donna. Emigrazione e prostituzione in contesti metropolitani, Franco Angeli, 2006
  • Ambrosini M., Comprate e vendute Ricerca su tratta e sfruttamento di donne straniere nel mercato della prostituzione (Una) Franco Angeli, Milano 2002
  • Associazione “On the Road” (A cura di) Prostituzione e tratta Manuale di intervento sociale, Franco Angeli, Milano 2002
  • AA.VV., Da vittime a cittadine. Percorsi di uscita dalla prostituzione e buone pratiche di inserimento sociale e lavorativo, Ediesse, Roma 2001
  • Barbarulli C, Borghi Liana, (a cura di), Figure della complessità, Genere e intercultura, CUEC, Cagliari, 2004Caputo A., Interrogativi sul neo-schiavismo in Questione Giustizia, n. 5/2000
  • Carchedi F., Picciolini A., Mottura G., Campani G. (A cura di) I colori della notte Migrazioni, sfruttamento sessuale, esperienze di intervento socialeFranco Angeli, Milano 2000
  • Cutrufelli R., Il denaro in corpo Uomini e donne: la domanda di sesso commerciale Tropea, Milano 1996
  • Da Pra Pocchiesa M., Grosso L. (A cura di), Prostitute, prostituite, clienti. Che fare Fenomeno della prostituzione e della tratta degli esseri umani (Il), Edizioni Gruppo Abele, Torino 2001
  • Da Pra Pocchiesa M., “Prostituzione - Tratta delle persone Italia delle opportunità”, Numero monografico di Pagine, Gruppo Abele, 1999
  • Farias De Albuquerque F. Jannelli M., Princesa, Sensibili alla foglie, Roma 1994
  • Gargano Oria, La sindrome del sultano. Le prostitute nell’Impero degli uomini, Provincia di Roma, 2003
  • Manzini P., “Il mercato delle donne. Prostituzione, tratta e sfruttamento”, Donzelli, Roma 2002
  • Neirotti M., Anime schiave Nel cerchio della prostituzione, Editori Riuniti, Roma 2002
  • Ockrent C. (a cura di), Il libro nero della donna. Violenze soprusi diritti negati, Cairo Publishing, 2007
  • O’Connella Julia Davidson, La Prostituzione. Sesso soldi e potere, Dedalo, 2001 
  • O’Grady R., Schiavi o bambini? Storie di prostituzione infantile e turismo sessuale in Asia, Edizioni Gruppo Abele, Torino 1995
  • Kennedy I., Nicotri P., Le lucciole nere. Prostitute nigeriane si raccontano, Kaos, Milano 1999
  • Virgilio M., Le nuove schiavitù e le prostituzioni, in Diritto Immigrazione e Cittadinanza, n. 3/2000

[rho]

    riguardo Questo uomo no, #12

    Fiere di essere puttane”:

    Il libro “Fiere di essere puttane” di Maîtresse Nikita e Schaffauser Thierry, sfata uno per uno i luoghi comuni che ruotano intorno alla prostituzione e che la descrivono come una forma di asservimento, una piaga sociale, un’emergenza da gestire come ordine pubblico. Questo libro è stato scritto da due prostitute, protagoniste di un movimento che si vuole erede dei movimenti femministi e omosessuali, per chiedere rispetto e diritti per quelle e quelli che hanno scelto di esercitare questa professione.

     Aldilà della richiesta di diritti e di rispetto, assolutamente legittima, questo libro è interessante perché ci porta a domandarci se la prostituzione possa essere effettivamente una scelta libera e consapevole. La prima a porsi/ci questa domanda all’interno della nostra mailing list è stata Serena: “Essendo pienamente d’accordo con la questione che non esiste solo la prostituzione esplicitamente coatta (con pappone ecc), ma anche quella casalinga, io mi chiedo però se non esista anche un altro tipo di prostituzione imposta. Ovvero quella che una donna non riesce ad arrivare a fine mese, e quindi per rispondere ad un ricatto sociale (fa un lavoro degradante, guadagna poco ecc…) si prostituisce. Sicuramente il fenomeno merita di essere approfondito, quindi NO ai decreti Carfagna e roba simile, però quel “fiere di essere puttane” mi suona un po’ vecchio e desueto: ma quando mai, dico io, nel 2010 esistono donne che si prostituiscono per piacere? Mi chiedo se questa figura di puttana che si dà per proclamare la sua libertà non sia un po’ una leggenda.”. A tal proposito Rho ci dice che: “in un mondo in cui il sistema del lavoro è un sistema di sfruttamento può essere una scelta cosa vendere di se, quali prestazioni e sicuramente si può scegliere di vendere prestazioni sessuali (occasionalmente o no) piuttosto che ad esempio fare le pulizie. E ce ne sono, si di donne (e di uomini) che tra i lavori possibili scelgono questi (non tutte/i hanno le stesse possibilità di scelta, eh!). E non vedo perchè si debbano vergognare o non essere orgogliose/i della scelta fatta. La denucia è sul sistema lavoro-sfruttamento che ovviamente opera anche sulla categoria del genere sessuale.” 
    La questione dunque è capire se la scelta di prostituirsi sia poi così diversa da altre scelte, e quanto questa possa definirsi consapevole in un mondo che si basa sul lavoro-sfruttamento. Ma prima di capire ciò bisognerebbe chiedersi quanti tipi di prostituzione esistono e come mai si parla solo di un unico tipo. Mara ci descrive alcuni di questi tipi di prostituzione e nel farlo propone di stilare “un prezziario per esigere tutti gli arretrati delle toccatine non richieste, delle molestie, delle palpate sul lavoro, delle prestazioni “dovute” per i più svariati motivi. Pensate alla bellezza di un momento topico nella nostra vita, quando arrivi per le vie della città e il fanciullino ti tocca le tette o il culo e tu gli mostri immediatamente la fattura, tutto in regola, e ci paghi anche le tasse. Il problema sono io o sono quei bambini scostumati?  Ho visto su rai tre un servizio assurdo, una cosa tipo “gioventù bruciata”, la solita emergenza milanese di queste adolescenti, solo le femmine naturalmente, che preoccupano tanto gli stessi soggetti della ricerca scientifica di cui abbiamo tanto discusso. Si parlava di queste adolescenti che vendevano prestazioni sessuali, piccole attenzioni, masturbazione, fellatio, per una scheda telefonica, una ricarica, cose del genere. Tutti sconvolti per la perdita dei valori, queste disgraziate consumiste della malora che seguono i miti delle pubblicità televisive e vogliono comprare comprare comprare perchè confondono l’avere con l’essere… chissà di chi è la responsabilità… puttane loro o stronzi quelli che bombardano le ragazzine di pubblicità per convincerle che senza la ricarica tim tribù non sono niente? Puttane loro? E i ragazzini clienti? Per loro nessuna indagine? Nessuna perdita di valori? Sono uomini sani? Tutto a posto? Fanno i puttanieri perchè si sa che l’uomo è cacciatore? Puttanieri perchè la donna è puttana? Domanda e offerta. Chi crea la domanda? Chi crea l’offerta?  Diciamo che io non ho fatto la puttana a prezzo pieno perchè non ho le ovaie, intese in quanto palle, ne la necessità. Non mi interessano le ricariche, non mi vendo per un vestito, non mi interessa un tubo di avere cose. Però ho avuto contratti perchè piaceva il mio culo, ho avuto stipendi perchè la mia presenza era decorativa e assieme allo sfruttamento, dato che il lavoro lo devi fare perchè nessuno ti regala niente… non è che la puttana non fa la puttana… se la paghi in quanto tale poi la vuoi anche a testa in giù e zitta e mosca che non deve neppure lamentarsi… dicevo che assieme allo sfruttamento c’era lo stipendio da fame, condizioni di merda e mille altre situazioni che sono sicura saranno capitate a tante di voi.  In conclusione le donne sono tutte dipendenti e parecchie senza scelta e in questo casino, letterale, se l’unica scelta significa prendere atto del fatto che devi aumentare le quote dei tuoi introiti per un mestiere che stai facendo già, anche se lo chiami in un altro modo, se dai una regola, se sei tu a stabilire il prezzo della toccatina invece di fartelo imporre da loro è come se tu avessi superato una soglia fondamentale: hai preso coscienza del fatto che chi ti dice che c’è una differenza tra santa e puttana è solo perchè la santa è una schiava che non pone condizioni e accetta qualunque forma di sfruttamento in nome dell’onore, della reputazione e di tutte quelle fesserie che hanno fottuto la nostra libertà sessuale e la nostra libertà di scelta… la domanda è: chi tra noi non è una puttana? C’è qualcuna che non ha dovuto cedere un centimetro di pelle, di testa, di culo, di tetta, per una ragione qualsiasi? Nulla ad un voyeur, ad un tastatore, un insegnante maiale, chiunque? Perciò la capisco la fierezza di essere puttane, perchè essere puttana non è un difetto. Il difetto semmai è nei puttanieri.”. “Ma se è vero che il lavoro è sfruttamento, perché devo portarlo al suo estremo limite?” si chiede Feminoska che afferma di avere sentimenti molto contrastanti a riguardo, perchè “fermo restando la libertà della persona di autodeterminarsi, non sono così ferventemente pro-prostituzione quanto non sia ad esempio, sostenitrice di chi fa il volontario per test medici per guadagno. Non mi sento bigotta al riguardo: è solo che, concependo anche io il lavoro come sfruttamento – quantomeno intellettuale, o di fatica fisica, comunque di vere “risorse” umane – non riesco a concepire di portare questo abuso anche oltre al limite corporeo (anche raccogliere pomodori è un abuso oltre al limite corporeo).   Quello che intendo dire è che, dato per assodato che esistono diverse forme di abuso di questo genere, per me una non giustifica l’esistenza dell’altra. Come ho già detto, io non sono contro la prostituzione tout- court: ma allora dico, iniziamo a lottare per eliminare la tratta e la prostituzione forzata, iniziamo a dare condizioni di lavoro e vita eque a tutt*, iniziamo anche a lavorare di meno ed essere pagat* un pò di più – e avere più tempo per noi e per vivere, invece che produrre. Iniziamo ad insegnare ai bambin* di oggi a vivere una sessualità serena, felice, abbandonando i sensi di colpa, aiutiamol* a decostruire gli stereotipi sessuali….potrei andare avanti all’infinito elencando i mille fronti in grado di cambiare le cose, comunque a quel punto se ci fosse chi decide liberamente di prostituirsi in condizioni per sè stess* decorose e soddisfacenti e chi decide di comprare tale prestazione, io sarei assolutamente serena sulla cosa… mi chiedo solo, via metafora, se le case fossero date tutte gratuitamente, ci sarebbe ancora qualcuno che penserebbe di pagarle per averle? Se tutt* potessero avere una sessualità consapevole e soddisfacente, qualcuno ancora comprerebbe? Forse sì, ma non sarebbe più il fenomeno di cui si parla oggi.  Per me a volte quando si parla del fiere di essere puttane, sembra – ma forse è solo una mia impressione – come dice il detto del dito che indica la luna e lo stolto guarda il dito. Mi sembra, cioè, che il solo rivendicare la fierezza di essere puttane areni il discorso globale sul modo di vivere la sessualità in un problema di percezione individuale, e che basti capire che, insomma, fare la puttana è un mestiere come un altro, e non soffermarsi a pensare ad una sessualità ingabbiata e repressa e ad un ‘incapacità di provare piacere se non a pagamento – come del resto avviene in tantissimi campi: la maggioranza di noi non sanno più autoprodurre un benemerito cavolo e comprano qualsiasi cosa gli serva alimentando altre situazioni allucinanti di lavoro/schiavitù.  E’ la riduzione di tutto a “mercato” contro la quale mi scaglio! Io sento certi “lavori” come lesivi della dignità umana: se ciò avvenga per le caratteristiche del lavoro in sè o per le condizioni del lavoratore – o meglio per tutte e due – non mi importa. Quindi non sarei orgogliosa di essere puttana, come non sono orgogliosa di fare qualsiasi lavoro in realtà, considerata la realtà del lavoro.  Il discorso economico è importante comunque: parlando con una sex worker di questo argomento, lei semplicemente mi disse che per “farsi il culo tutti i giorni lavorando da cameriera e guadagnare alla fine 5 euro all’ora, ora lavorava due giorni a settimana e guadagnava assai bene.” Ammetteva anche però, che fare questo mestiere espone a situazioni molto pericolose, e io ad esempio mi sono chiesta in quel frangente se preferirei guadagnare poco ma sentirmi “RELATIVAMENTE” sicura – almeno quanto ad incolumità fisica – o guadagnare tanto ma ogni volta chiedermi se la persona che ho di fronte è una potenziale minaccia al mio corpo e alla mia vita… è uno stress che io non saprei affrontare, ma non è solo questo: forse non capivo a fondo le motivazioni che mi venivano portate poiché in quel caso specifico erano accompagnate da un’enfasi importante sul fattore economico, sul guadagno e la possibilità di avere uno stile di vita molto agiato, cosa che in ogni caso non mi è mai interessato più di tanto.  Ecco, il valore dato al guadagno nudo e crudo e alla possibilità di spendere molto mi ha lasciato un pò perplessa. Credo dunque sia fondamentale e determinante lavorare criticamente su se stess* e sul modo in cui si sta al mondo, poichè penso che tutto il resto ne derivi di conseguenza. Ma il mondo è bello perchè è vario, e non denigro l’altrui approccio! Spero solo non si limiti agli effetti senza andare ad analizzare le cause prime della situazione come è.” A tal proposito Martina van pelt ci parla di “una ragazza romana, che già faceva la mistress a pagamento in Italia, con tutti i rischi possibili e situazioni squallide, e che trasferendosi a Berlino (in Germania la prostituzione è legale e molto seguita, intendo che è protetta e assistita, non ai livelli dell’olanda ma molto meglio che quasi in tutto il resto d’Europa) ha deciso di continuare così il suo lavoro/percorso. Il suo punto di vista è molto radicale, il corpo di una donna si sottopone a continue prove di stress: gravidanza, ciclo mestruale, ma più in generale c’é chi si tatua fino o si scarifica o si pierca fino ad andare in giro con il domopak sanguinolento addosso, c’é chi scolpisce il proprio corpo fino a perderne la forma e le funzioni originali (pensiamo alle atlete agoniste, o a chi passa ore e ore in palestra), c’é chi usa  il proprio corpo per essere oggetto estetico o commerciale (modelle, ragazze immagine, pr, e via dicendo).  Per lei la prostituzione non è diversa da tutto questo, mentre invece mi ha parlato molto dell’anima, di come ci si sente. Mi ha fatto un interessante paragone con la Cabiria di Fellini, mi ha parlato di sindromi di Stoccolma e di instabilità, ma anche di gioia e di soddisfazione.” Fino a questo punto una cosa ci è ben chiara, “siamo tutti corpi in vendita”. E su questo Ilda ci fa notare come “la vendita di prestazioni sessuali ci dice di più su come i “maschi” vedono il rapporto tra i generi. Ci dicono gli uomini di Maschile Plurale: “La prostituzione, scelta od obbligata, parla innanzitutto dei nove milioni di clienti italiani e della sessualità maschile ridotta alla miseria dello sfogo e del consumo.” Di questo sì, penso che dovremmo parlare. Perchè, non so, comprare il corpo e le prestazioni di una donna o di chiunque per sfogarsi e consumare sesso è un po’ come negare la relazione con l’altr@. Certamente i compratori sono anche uomini che non hanno alternative, per esempio penso agli handicappati che spesso non hanno altre possibilità, o uno parecchio brutto che nessuno vuole: il razzismo ha mille facce. (Ma una donna nelle stesse condizioni che fa?) Ma spesso non è così. Sono uomini con compagne, fidanzate, rapporti con donne. Allora mi domando cosa cercano.  Forse l’immagine della donna così come la vorrebbero, che non gli ponga il problema di doversi mettere in rapporto, di cui non devono riconoscere la sessualità, un modo di godere diverso dal loro, con cui possono andare diritti così come gli pare senza porsi problemi di essere con un altra/o. Non perchè per fare sesso ci voglia l’amore, ma perchè il sesso si fa tra persone ed è dunque di per sè una relazione. Se uno è lì pagato per rispecchiare l’altro il rapporto non c’è (è vero che succede purtroppo anche nelle relazioni “normali”, ma in questo caso è codificato, è la regola). Questo anche mi sembra pericoloso, perchè mi pare parte, come molte altre cose, di una richiesta di passività e di immagine femminile che va contro la nostra libertà. E che poi porta ugualmente a tutt@ chius@ in casa eccetereaeccetera, nello stesso modo in cui vi porta un modo di vedere la cosa bacchettone e moralista. E non perchè il rapporto con una prostituta non sia un rapporto, ma perchè forse è questo che il compratore vi cerca.” Ritorna quindi la domanda su cui verte l’intero discorso: “in un mondo non in vendita, dove ognuno potesse esprimersi come vuole, amare chi e come vuole, fare sesso con chi e come vuole, esisterebbe il sesso a pagamento?“. Forse si, poichè come ci ricorda slavina “le puttane (non le vittime della tratta e neanche quelle che lo fanno per cause di forza maggiore, ma le donne e uomini che scelgono liberamente e consapevolmente di vendere servizi sessuali) vivono il loro lavoro con molta passione, come un percorso di ricerca e a volte quasi con un’enfasi missionaria, perché sanno che il loro lavoro soddisfa un bisogno primario, al quale la morale comunemente intesa vieta (ipocritamente) di dare un valore mercenario, perché sanno che a molta gente non vendono un amplesso o un pompino, ma dei momenti di attenzione, di cura, di affettività. Secondo me la fierezza non é tanto quella di prescindere dalla morale e di utilizzare il proprio corpo liberamente nel sistema di scambio “libero” capitalista (perché come dice Rho, il problema é a monte e ci vendiamo tutte per sopravvivere, chi le mani, chi la capoccia, chi il culo fuor di metafora – perché condannare solo queste ultime?).  La fierezza, a mio avviso, sta nel rivendicare il valore sociale della prostituzione (anche se il fiere di essere puttane viene da uno slogan francese: Nicoupable, ni victimes – fieres d’etre putes (piú o meno)/né colpevoli né vittime – fiere di essere puttane in cui si chiede di considerare la prostituzione come un lavoro come tutti, e quindi privo di un valore aggiunto come quello sociale): non lo pensiamo tutte che se si scopasse tutt@ un po’ di piú, il mondo sarebbe un posto piú vivibile? (poi certo, scopare gratis e magari pure con l’amore é meglio, ma mica é sempre domenica e a volte pure due colpi onesti bastano a sollevare l’umore, l’autostima e a mettere in circolo le endorfine addormentate). Purtroppo da qui a dire che tutte le prostitute/sex worker sono “autodeterminate” e lo facciano in modo “autocosciente”, ce ne passa. Anzi, per conoscenza diretta direi che è raro, ma per fortuna ci sono “focolai” di autodeterminazione sparsi qua e là. Dipende da tante cose: dagli strumenti, dalla possibilità di scegliere in che modo farlo (scegliere con chi ad esempio), dal vissuto, dal rapporto con il potere nel sesso,  etc…. Sul perchè gli uomini vanno a puttane…beh posso mettere giù due ideuzze.  Non mi risulta che i clienti tutti esprimano una richiesta di passività, come dice ilda, anzi spesso chiedono tutt’altro che passività (ad esempio le sex worker trans ne hanno da raccontare a proposito, ma non solo loro). Un cliente mi ha detto che “certe cose” (pompini) a sua moglie non li chiedeva perchè sarebbe stata la bocca che avrebbe baciato i suoi figli! (No comment! E magari a lei sarebbe piaciuto un sacco, chissà!). Un altro mi ha detto che piuttosto di fare lunghi e costosi (inviti fuori, cene, regali etc….) corteggiamenti che magari si risolvevano in un buco nell’acqua o avrebbero previsto relazioni più impegnative, preferiva spendere in rapporti a pagamento e quindi anche fare sesso con più persone. C’è da considerare anche la richiesta di pratiche specifiche (giochi di ruolo, bdsm….).  Credo comunque che la sessuofobia sia una buona motivazione. Eufemisticamente ho il “forte sospetto” che la mistica del sesso come attività sentimentale, quasi una “santificazione” del sesso, così come il fatto che -nonostante tutto- il sesso fuori dalla “santa coppia” rimane considerato per la maggior parte di donne e uomini (bio o meno) una cosa “zozza”, in fin dei conti una “perversione” rispetto al sesso “coniugale”, sia una roba che si ritorce contro le donne, in molti modi, a partire dalla propria sessualità. Io farei anche attenzione a pensare al sesso come a un “pezzo” di corpo. E’ un’attività e/o un energia che si può vivere (e spendere) davvero in molti modi. Sicuramente da mettere sotto la lente sono le motivazioni che portano a comprare prestazioni sessuali, non chi le “vende”. 
    Io pagherei? Non so…forse “offrirei” per qualcun’altra/o che conosco bene e so perchè e come vuole sesso a pagamento, dipende, può darsi. Forse pagherei qualcuna/o che conosco (magari una collega amica), si,  forse si, se so come si vive il lavoro, forse potrei organizzare una serata…anche per restituire un favore magari (:un’amica mi ha fatto lavorare più volte in tempi di “magra”)!!! Infine il lavoro sessuale, come tutti i lavori, può essere alienante (questo era la questione più fastidiosa nel mio caso). Detto ció NON DIMENTICO le vittime della tratta e non metto allo stesso livello di un cliente civilizzato (che si lava prima, che consensua le prestazioni, che ti paga il pattuito e che insomma ti rispetta) quegli animali che violentano le ragazzine schiavizzate dalle mafie.”. La fierezza dell’essere puttane risiede quindi nel rivendicare il proprio lavoro, che deve essere considerato al pari degli altri lavori e di conseguenza tutelato, perché la stigmatizzazione subita dalle/i sex worker ha effetti devastanti come le espulsioni a causa dei fermi sulla strada, con deportazione nei Cie per sei mesi. Inoltre qualora alla prostituzione venisse data pari dignità di qualunque altro lavoro, i/le sex worker sarebbero messi/e in condizioni di poter rivendicare i loro diritti, e, per esempio, far rispettare ai loro clienti delle regole semplici ma basilari (che trovate raccolte in questo documento http://www.lesputes.org/cherclient.pdf  tratto dal sito http://www.lesputes.org/) che spesso vengono violate. Per quanto riguarda invece la questione sulla consapevolezza o meno di questo lavoro, a mio avviso, è paragonabile a quella di molti altri lavori. Affermo ciò perché condividendo il pensiero che qualsiasi lavoro si basa su un tipo di sfruttamento, penso che di conseguenza nessun* di noi sia liber* di scegliere effettivamente quale lavoro fare (poiché nessun* vorrebbe essere sfruttat*), ma dato che è necessario lavorare ognun* sceglie che limite di sfruttamento accettare. Quindi la prostituzione mi appare una scelta “libera” quanto lo è quella di fare “la maestra precaria”. Usare il proprio corpo è solo una scelta come le altre, e come le altre è libera a metà… a questo punto la domanda che vi pongo è: come rendiamo le nostre mezze libertà totali? Nel frattempo, per saperne di più vi linko questo video http://www.ngvision.org/mediabase/652 a cura delle sexyshock: “Ne vittime ne colpevoli” che potete scaricare da ngvision. Alcuni suggerimenti per approfondire. Bibliografia Bibliografia (nei testi si parla spesso anche di pornografia in quanto lavoro sessuale), sono testi in italiano, in altre lingue c’è molto di più (anche traduzioni).
     
    Roberta Sapio.”Prostituzione. Dal diritto ai diritti”. Ass. Leoncavallo Libri, 1999. ISBN 88-87175-05-5, ISBN 978-88-87175-05-9, Pagine: 204.
    Carla Corso, Sandra Landi. “Quanto vuoi? Clienti e prostitute si raccontano”. Giunti, Firenze, 1998.
    Maîtresse Nikita & Thierry Schaffauser “Fiere di essere puttane”, 2009, Milano, DeriveApprodi. con prefazione di Pia Covre, pagg. 132, ISBN 8889969784 , ISBN 13 9788889969786
    Annie Sprinkle, “Post Porn Modernist, 25 anni da puttana multimediale”, Venerea Edizioni, 215 pp., 15,00 euro.
    Ovidie Becht, “Porno manifesto. Storia di una passione proibita”, Baldini Castoldi Dalai, 2003. “La grande beffa” di Paola Tabet
     
    Nella wikipedia in inglese c’è questa pagina sulle posizioni del femminismo rispetto alla prostituzione: Feminist views on prostitution e una pagina sulle rivendicazioni dei/lle sex workers: Sex workers’ rights ed infine una sulle cosidette “Feminist Sex Wars”.
     
    Ci sono parecchie autrici, artiste, performers (lesbiche, etero o altro)  che ragionano sul lavoro sessuale e sulle sessualità in genere, spesso sono vicine al movimento dei/lle sex workers o sono state sex workers o lo sono ancora:
     
    Virginie Despentes
    Gayle Rubin
    Beatriz Preciado
    Diana – Pornoterrorismo
    Annie Sprinkle Itziar Ziga con il libro “Devenir Perra” King Kong Theory di Virginie Despentes é bellissimo e in spagna é uscito anche “Manifiesto Puta” di Beatriz Espejo Documentari: “power to the sister” , Art-Activism-Media. Strumento informativo per la comprensione della prostituzione http://www.micropunta.it/powertothesisters/. “mutantes  (Punk Porn Feminism)” di Virginie Despentes http://www.dissidenz-intl.com/2010/08/mutantes-by-virginie-despentes/. Linkografia  SPREAD magazine -illuminating the sex industry-
    (“We believe that all sex workers have a right to self-determination; to choose how we make a living and what we do with our bodies. We aim to build community and destigmatize sex work by providing a forum for the diverse voices of individuals working in the sex industry.”) http://www.spreadmagazine.org/mission.htm
     
    FIRST (is a coalition of feminists who have come together to support the rights of sex industry workers and advocate for the decriminalization of adult sex work. We are guided by the fundamental principle that sex industry workers should have equal benefit of the human rights protections that are available to all members of Canadian society. To be a society that is truly committed to equality, freedom and human dignity, we must recognize the rights of sex industry workers…) http://www.firstadvocates.org/position-statement
     
    In europa:
     
    http://www.sexworkeurope.org/  The International Committee on the Rights of Sex Workers in Europe (ICRSE) strives to raise awareness about the social exclusion of female, male and transgender sex workers in Europe, to promote the human and civil rights of all sex workers at national, regional and global levels and to create strong alliances between sex workers, allies and other civil society organisations. 
    http://www.services4sexworkers.eu/s4swi/  is a website that presents a directory of services available for sex workers in 25 European countries, and legal information regarding sex work, migration and access to health. We informs sex workers, health and social workers about respectful and non-discriminatory support available across Europe. The website was developed by the TAMPEP project in the framework of the TAMPEP 8 programme, a European network of 26 organisations in 25 EU countries, which works with and for sex workers since 1993, and advocates for sex workers’ rights.
     
    In italia: http://www.lucciole.org/
    ed in italiano (consultabile su femminismo a sud!) c’è il manifesto della Rete PutaLesboNeraTransFemminista  Poi: Scarlot Harlot, inventrice del termine sexwork
    http://www.bayswan.org/Scarlot.html il collettivo madrileño Hetaira
    http://www.colectivohetaira.org/web/index.php che fa parte del network
    http://trabajosexual.org/ poi il network europeo di lavoratori e lavoratrici del sesso
    http://www.sexworkeurope.org/
    che coprodusse il video Ni coupables, ni victimes  

    [rho]